Antonio Martinengo di PadernelloEtà: 9313801473

Nome
Antonio Martinengo di Padernello
Cognome
Martinengo di Padernello (Martinengo della Fabbrica)
Nascita tra il 1380 e il 1405 50

Nascita di un figlio
n° 1
Gaspare Martinengo della Pallata
tra il 1400 e il 1435 (Età 20)

Morte di un nonno materno"Prevosto" III Martinengo
tra il 1400 e il 1420 (Età 20)

Nascita di un figlio
n° 2
Bernardino Martinengo di Padernello
tra il 1410 e il 1473 (Età 30)

Morte del padre"Giovanni" Francesco Martinengo
tra il 1410 e il 1421 (Età 30)

Morte di un fratello"Leonardo" I Martinengo da Barco
1439 (Età 59)
Mantova

Titolo
Patrizio, Veneto
dal 9 giugno 1448 (Età 68)

Matrimonio di un figlioGaspare Martinengo della PallataCaterina ColleoniVisualizza famiglia
1456 (Età 76)

Morte 14 settembre 1473 (Età 93)

Famiglia con genitori - Visualizza famiglia
padre
"Giovanni" Francesco Martinengo
Nascita: tra il 1330 e il 1380 20
Morte: tra il 1410 e il 1421
fratello
"Leonardo" I Martinengo da Barco
Nascita: tra il 1360 e il 1400 30
Morte: 1439Mantova
46 anni
Antonio Martinengo di Padernello
Nascita: tra il 1380 e il 1405 50
Morte: 14 settembre 1473
Famiglia con Nostra Boni - Visualizza famiglia
Antonio Martinengo di Padernello
Nascita: tra il 1380 e il 1405 50
Morte: 14 settembre 1473
moglie
Nostra Boni
Morte:   —
figlio
Gaspare Martinengo della Pallata
Nascita: tra il 1400 e il 1435 20
Morte: 14 settembre 1481Orzinuovi
figlia
figlia
figlia
figlia
Famiglia con Lelia Querini - Visualizza famiglia
Antonio Martinengo di Padernello
Nascita: tra il 1380 e il 1405 50
Morte: 14 settembre 1473
moglie
Lelia Querini
Morte:   —
figlio
Bernardino Martinengo di Padernello
Nascita: tra il 1410 e il 1473 30
Morte: 1502

 
Nota

Signore di parte di Urago, Signore di Padernello e di Castelletto di Quinzano, creato Patrizio Veneto con i discendenti nel 1458, strenuo capitano della Serenissima. Sposa in prime nozze la N.D. Nostra Bon, Patrizia Veneta; in seconde nozze la N.D. Lelia, figlia del N.H: Andrea Querini, Patrizio Veneto. Fu probabilmente l'iniziatore del castello di Padernello. Era proprietario anche di mezza porzione del castello di Urago d'Oglio, quella volta verso mattina ed il borgo. '''PAOLO GUERRINI, ''I conti di Martinengo. Studi e ricerche genealogiche''. Brescia, Tipolitografia F.lli Geroldi, 1930, pp. 265-270''': ANTONIO I di Giovanni Francesco q. Prevosto fu il capostipite dei Martinengo di Padernello, detti anche della Fabbrica. Nel 1421, insieme col fratello Leonardo, fece la divisione legale dei beni coi cugini Bartolomeo di Antonio, e Marco, Luigi e Cesare q. Gerardo. A lui ed al fratello furono date, oltre il feudo di Urago d’Oglio proprietà personale di Prevosto loro avo, le proprietà di Chiari, Rudiano, Pontoglio, Farfengo e Roccafranca, tutto Padernello e Castelletto di Quinzano e parte dei fondi di Quinzano. Morto il fratello Leonardo in Mantova assunse la tutela dei nipoti Gianfrancesco già nato e Leonardo postumo. Fu strenuissimo capitano d’armata sotto il vessillo della Repubblica veneta . Si distinse in molte guerre e vinse Lodi per i veneziani, onde fu donato dalla Repubblica nel 1441 di una pensione annua perpetua di L. 2791. Il 4 agosto 1441 fu coi nipoti infeudato di Pavone Mella tolto al ribelle Alessandro Occanoni, e il 7 marzo 1443 del feudo di Gabbiano (Borgo S. Giacomo) contermine a Padernello [Il 1° settembre 1449 il conte Antonio entrava nel Consiglio Generale di Brescia a definire la sua posizione per questi due feudi e otteneva la piena giurisdizione ed esenzione anche nelle cause criminali, salvo la pena di morte, e il diritto di farsi rappresentare nei due feudi da un Vicario nominato dai feudatari]. Queste larghe concessioni feudali ricompensavano l’opera militare e l’azione politica di Antonio, poiché egli aveva conquistato a Venezia i Gambara, già legati ai Visconti,. e le loro terre circostanti a Pavone. Nel 1448 fu ammesso con la sua discendenza al Patriziatò veneto. Dichiarati maggiori i suoi nipoti, fece con essi la divisione dei beni (1459), in forza della quale rimase a lui la vecchia casa avita di via Palazzo vecchio in Brescia, nella quale aveva forse abitato il nonno Prevosto, mentre i nipoti conti di Barco andarono ad abitare nella vicina via delle Cossere. Antonio fu benefico e pio; diede larghi mezzi ai Frati Gesuati per fabbricare la chiesa e il convento del SS. Corpo di Cristo, detto più brevemente di S. Cristo, dove volle essere sepolto. Nel 1457 e nel 1461 ottenne dai due papi Callisto III e Pio II la sistemazione della chiesa di S. Lorenzo di Urago, che .era stata compresa nel Castello Martinengo; mandò all’uopo alla S. Sede un lungo memoriale per dimostrare quanto egli e i suoi maggiori avevano fatto per sistemare la cura spirituale di quella terra abbandonata dai Benedettini (vedi Appendice doc. III). In questo memoriale sono narrate le dolorose vicende del castello di Urago durante le continue guerre veneto-viscontee della fine del trecento e del principio del quattrocento. Ad esortazione del celebre predicatore francescano S. Giacomo della Marca fu indotto ad ingrandire la Cappella Maggiore o abside della chiesa di S. Francesco in Brescia sotto il titolo di S. Maria degli Angeli, ivi affrescata da Bonifacio Bembo; il 9 febbraio 1464, essendo compiuta l’opera in forma decorosa, il capitolo generale dei Frati Minori gli concesse quella cappella come sepolcro esclusivo di lui e dei suoi discendenti, con facoltà di erigervi e dotarvi un altare conveniente e di aprire uno o più sepolcri. I due fratelli Leonardo e Antonio presero parte alla famosa battaglia di Maclodio del 12 ottobre 1427 sotto le bandiere venete del conte di Carmagnola, e ne diedero anzi una breve relazione all’amico conte Vinciguerra d’Arco con una lettera datata da Maclodio il 13 ottobre, il giorno dopo la strepitosa vittoria che ricacciava al di là dell’Oglio le schiere viscontee e restituiva ai Martinengo, solo come fumanti rovine, il castello di Urago che i viscontei avevano bombardato e incendiato . Antonio ebbe due mogli: secondo mons. Fè la prima fu la nob. Nostra Boni o Bona, madre di Gaspare, la seconda la nob. Lelia di Andrea Quirino di Venezia, madre di Bernardino. Invece il von Schullern afferma che la prima fu Nostra Nogarola di Verona, e la seconda Elisabetta Tadini di Crema e che Antonio morì il 14 settembre 1473 mentre mons. Fè lo fa testare il 13 dicembre 1473 e morire due giorni dopo, 15 dicembre. Il cronista Corradino Palazzo scrive nel suo diario «Addi 14 de septembre (1473) el di de Santa Croce morì M. Antonio de Martinengo» e si deve credere quindi che mons. Fè abbia letto inavvertitamente dicembre per settembre. Difatti anche il poeta di casa Marco Picardi ha innalzato i suoi versi elegiaci per la morte di Antonio e in margine ad essi ha segnato la data: «Antonius Martinengus cessit e vivis 14 septem. die 1473». Dobbiamo dunque ritenere esatta questa data. L’elegia del Picardi esalta in modo singolare le virtù di questo condottiero, e in seguito all’elegia il poeta ha aggiunto due epitaffi che dovevano forse essere scolpiti sulla tomba in S. Cristo. Brixia da gemitus tanto privata decore / Funde simul lachrymas tu latiusque graves. / Ecce pater patrie decus atque Antonius urbis / Clauditur, ecce, brevi marmore summus eques / Quem dux Foscareus, toto plaudente senatu, / Inseruit veneto nobiliumque choro. / Quem latus omne tenet mundi, quem clara tropheis / Itala gens colit, quem genus omne canit. / Hic pietate fuit, gravitateque nobilis, ingens, / Splendidus et titulis magnificusque suis. / Hic inopumque pater, custos quoque maximus aequi / Et pius, et sancte relligionis iter, / Carceris auxilium, cultor virtutis et ardens / Vexillum, latia quod timet hostis humo. / Firma columna domus que Martinenga per orbem / Dicitur et patriae spesque salusque suae, / Hoc Martinengi tumulo pia membra quiescunt / Antoni, toto qui tamen orbe viget. / Qui pater unus erat patrie, qui gloria gentis / Patritiae, splendens quique creatus eques. Hac Martinengus sublimi Antonius arca / Contegitur, patrie gloria magna suae. Comperò nel 1453 la possessione di Collebeato, e morendo lasciò al figlio Gaspare i feudi di Urago, Roccafranca e Orzinuovi, il dominio di Pavone e di Pievedizio, una metà del pedaggio di Mu, metà dei beni di Collebeato, di Erbusco, dei prati di S. Paolo al Portazzolo (S. Polo) e di S. Zeno Naviglio, metà dei livelli di Montichiari, dell’Oglio e della provvigione della Repubblica veneta, con le case in contrada di S. Antonio. Al figlio Bernardino lasciò Gabbiano, Padernello, i fenili del Vallio, il molino di Coniolo, i beni di Farfengo e Rossa, la casa avita in via Palazzo vecchio, e l’altra metà dei beni suddetti. Nel suo testamento aveva lasciato pure ai due figli il legato di finire la chiesa di S. Cristo e di erigere un altare con pala nella chiesa di S. Maria delle Grazie fuori di porta Pile, ma non sappiamo se questi due legati sieno stati adempiuti. In S. Cristo i suoi discendenti continuarono ad essere sepolti; è quindi assai probabile che essi abbiano compiuto la bella chiesa quattrocentesca, che era il sepolcreto gentilizio di questa famiglia. Sotto la marmorea statua eretta nel palazzo di via Dante alla memoria di Antonio Martinengo e che lo rappresenta nell’atto di comandare le milizie venete, fu collocata nel 1764 dal conte Gerolamo Silvio questa iscrizione: ANTONIO MARTINENGO / PRIMO HUIUS GENTIS / REBUS FORTITER AC PRUDENTER / PRO VENETORUM REPUBBLICA / IN BELLO GESTIS / IN PATRITIUM ORDINEM / RELATO CUM POSTERIS SUIS / MCCCCXLVM / HIERONYMUS SILVIUS / MARTINENGUS COMES / FAMILIAE SUAE CONDITORI / POSUIT MDCCLXIV Mons. Fè assegna ad Antonio due figli e quattro figlie: Gaspare e Bernardino, Maria, Giulia Daria sp. di Vinciguerra conte di Collalto, Chiara e Nostra sp. del conte Luigi Avogadro.