ALESSIO AGLIARDI. L'Umanesimo a Bergamo

Da EFL - Società Storica Lombarda.

da L'Eco di Bergamo, 8 ottobre 2001. Di Luca Gelmini e Stefano Longhi (Coordinamento Attilio Pizzigoni)

Negli ultimi decenni la storia dell’architettura bergamasca si è arricchita di un grande numero di studi sulla fase iniziale del Rinascimento che ha apportato contributi che si possono a ragione definire sorprendenti, in quanto non si sono limitati ad aggiungere nuovi elementi a quelli noti, ma che inducono a rivedere le conoscenze finora acquisite. Il dato più significativo in questo senso appare la datazione più precisa di gran parte delle architetture di questo periodo, assegnandone la realizzazione all’ultimo quarto del Quattrocento. Cade un’opinione diffusa per cui gli architetti forestieri (Filarete, chiamato a Bergamo per la ricostruzione del Duomo nel 1459; Giovanni Antonio Amadeo, impegnato nella Cappella Colleoni dal 1472; Donato Bramante, giunto nel 1477 per affrescare la facciata del palazzo del Podestà) siano da considerare figure isolate in un contesto artistico arretrato, convincendo invece che, dopo l’arrivo del maestro fiorentino, si sia formato un ambiente culturalmente preparato alle ricerche in corso nei centri maggiori.

LE RIVALUTAZIONI STORIOGRAFICHE

Tornano di conseguenza a nuova luce figure conosciute ma sottovalutate dalla storiografia passata: Alessio Agliardi, i fratelli Pecino, Leonardo e Venturino Moroni, Giovanni Carrara di Serina, le cui opere sono state ingiustamente destinate ad arricchire il curriculum dell’Isabello. Negli ultimi due casi si tratta di antiche famiglie di costruttori, attivi come ingegneri militari al servizio della Repubblica (Bertolasio Moroni e Martino di Serina collaborarono nella costruzione di un ponte di legno sull’Adda), che ebbero l’occasione di confrontarsi nella loro carriera professionale con gli architetti forestieri. Svela con efficacia questi rapporti un medito atto del 9 luglio 1470 con il quale i deputati alla fabbrica del duomo di San Vincenzo liquidavano le maestranze: il pichapetra Bertramo Mazzoni e gli eredi di Martino di Serina, che dobbiamo riconoscere come gli appaltatori del cantiere filaretiano; analogo ruolo rivestirono due anni dopo Leonardo e Venturino Moroni nei confronti di Amadeo nel cantiere colleonesco. L’aggiornamento di questi architetti bergamaschi a un nuovo linguaggio tratto dalla classicità tuttavia aveva già una buona esperienza alle spalle, poiché i due fratelli già nel 1468 ne avevano dato prova nelle case dell’Ospedale di San Lazzaro e nel 1467 nelle due eleganti logge contrapposte di palazzo Brembati in via San Lorenzino, dove compariva per la prima volta a Bergamo il motivo degli archi con tondi contenenti teste di imperatori romani. Pochi anni dopo Leonardo realizzava, probabilmente con la consulenza di Alessio Agliardi, la chiesa di Santa Grata in Columnellis, confermando l’esistenza di una pluralità di intrecci all’interno di questa generazione di architetti. Non è difficile correlare le opere dei Moroni all’ambiente milanese e in particolare alle realizzazioni del classicismo prebramantesco, mentre la figura di Alessio Agliardi sembra unire a queste esperienze l’attenta meditazione sui trattati di architettura di Alberti e Filarete e la conoscenza delle riflessioni teoriche in corso ad Urbino. È nota infatti la sua frequentazione delle lezioni di matematica tenute da frate Luca Pacioli nella città marchigiana, sicuro indizio dell’appartenenza agli ambienti che sostennero l’idea della coincidenza fra architettura e scienza. Per questo Agliardi risultava costantemente apprezzato in opere che si possono correttamente definire di scienza applicata a non facili problemi pratici, di governo delle acque o di particolare impegno costruttivo, come l’escavazione della Roggia Nuova nel 1481, la vastissima cisterna del Mercato delle Scarpe o l’irregimentazione del canale Brentone, che rischiava di insabbiare la laguna veneta; nel 1490 Ludovico il Moro chiedeva, senza esito, il suo parere su un problema cruciale come la stabilità del tiburio del duomo di Milano. È probabilmente in questa direzione che dovrà essere cercata la ragione dell’arrivo a Bergamo di Bramante. Dagli anni Ottanta del secolo, grazie a questi architetti, la città si arricchiva di opere di notevole eleganza, rese suadenti dalla citazione di edifici moderni milanesi, dalla perfezione dei rapporti proporzionali o dalla finezza degli intagli scultorei, come la chiesa di San Rocco in Via Broseta (di Agliardi, del 1481), il palazzo della Pietà in Via Colleoni (attribuibile ai Moroni), la casa dei mercanti Gambirasio in Via Gombito o la sacrestia di Santa Maria Maggiore (entrambe di Giovanni Carrara, rispettivamente del 1483 e del 1485).

UN NUOVO GUSTO DELL’ARTE

La collocazione di questi edifici in punti centrali e fortemente rappresentativi della città contribuì certamente a rendere popolare e a diffondere il nuovo gusto artistico e, d’altra parte, testimonia di quanto precoce e diffusa sia stata la propensione della classe dirigente bergamasca verso il mondo umanistico. L’uso di una ricca ornamentazione in cotto divenne il segno distintivo di un gusto, ideologico in quanto estraneo alla tradizione costruttiva locale, che ha avuto la sua più compiuta espressione nelle facciate della chiesa di San Benedetto, nella quale un’ulteriore presenza di Agliardi è segnalata dalla partecipazione alla misurazione del sito nel 1508 (la chiesa fu ripresa e conclusa dall’Isabello, che fu il suo allievo, nel 1516). Con il nuovo secolo, si fa frequente la menzione di opere dei figli, per lo più improntate a un’imitazione dello stile dei genitori: Zinino di Giovanni Carrara, incaricato di costruire un’ala del convento di Astino nel 1515, Antonio di Venturino Moroni, costruttore del palazzo Martinengo Colleoni in Via Pignolo nel 1500 (distrutto) e del refettorio del convento di Santo Spirito, e Bonifacio Agliardi, autore del palazzo di Giovannino Cassotti Mazzoleni in Via Pignolo attorno al 1515. La corrente milanese, nutrita dai naturali rapporti fra città contigue, ma soprattutto dalla ricchezza di un ambiente che ospitava in quegli anni personalità dell’ordine di Bramante e Leonardo, fu però solo una delle componenti del Rinascimento bergamasco, che convisse e si intrecciò con le idee provenienti da un centro più lontano ma di forti legami politici come Venezia, dove fiorivano importanti architetti locali, Bartolomeo Bon, Guglielmo d’Alzano e Mauro Codussi. Il ruolo storico, e la successiva fortuna critica di Pietro Isabelle nella storiografia bergamasca derivò probabilmente proprio dalla sua abilità di coniugare, in quanto allievo di Agliardi e conoscitore di Codussi, queste due anime della cultura artistica della città.

SANTA GRATA IN COLUMNELLIS

Malgrado sia scomparsa, in quanto ricostruita nel 1593, la chiesa della comunità benedettina di Città Alta può essere ricordata come una delle più importanti opere realizzate in questo periodo, in cui sono precisamente documentati i rapporti fra gli artisti in argomento. La ricostruzione della chiesa, parte verosimilmente di un più ampio intervento sulla sede conventuale, era in corso nel 1477, secondo il designum factum (...) per magistrum Leonardum Moronum, mentre Alessio Agliardi rivestiva il ruolo di procuratore delle monache. La chiesa, nota grazie a un rilievo cinquecentesco, era costituita dalla giustapposizione di un’aula e di una chiesa interna di due quadrati ciascuna; ne rimane ora solo parte del portico nel fronte su Via Arena, con bei capitelli corinzi in pietra di Zandobbio e archi a tutto sesto affrescati con delicati motivi floreali e busti di santi.

SAN ROCCO DI BROSETA

La chiesa di San Rocco fu costruita dal novembre del 1481 come adempimento del voto fatto dagli abitanti della contrada in occasione di una pestilenza, utilizzando a tal fine un orto di proprietà di un certo Leonardo Zambia. Incaricando Alessio Agliardi di stimare il valore del terreno, i committenti ci hanno lasciato un’indicazione sufficientemente attendibile della partecipazione dell’architetto al cantiere. L’anno successivo il Comune concedeva agli stessi facoltà di occupare con un portico parte della strada pubblica e nel 1522 autorizzava la costruzione di un pontile coperto al di sopra della roggia Serio verso l’attuale via San Lazzaro. Non è difficile riconoscere, nonostante la ricca decorazione che ha riconfigurato lo spazio interno nel Settecento, i caratteri del primitivo impianto della chiesa quattrocentesca, a navata unica con presbiterio quadrato e due cappelle laterali simmetriche a pianta semicircolare; le volte furono invece realizzate successivamente. La chiarezza della composizione geometrica per quadrati e il riferimento, tanto preciso quanto precoce per la nostra area, ad edifici religiosi dell’Italia centrale definiscono una cultura architettonica aggiornatissima nel progettista di San Rocco, che trova riscontro anche nella composizione della facciata su via Broseta. Il fronte è nettamente suddiviso in due registri: quello inferiore, costituito da un portico di sei campate su colonne corinzie, quello superiore, tripartito da lesene in cotto coronate da ricca trabeazione e timpani. Nel comparto maggiore al centro si apriva un rosone circolare (successivamente sostituito da una finestra), mentre nei laterali si conservano eleganti nicchie incorniciate da tabernacoli decorati in cotto, che evidenziano l’acquisizione di un lessico tratto dalla cappella Portinari e dalle opere di Lazzaro Palazzi a Milano. Il tentativo di tradurre concretamente pensieri filaretiani si coglie nella volontà di conferire un significato urbano all’intervento grazie alla particolare soluzione del portico stradale, concepito in funzione della naturale prosecuzione di quelli che perimetrano la piazza del Mercato della Legna.

LA SAGRESTIA DI S. MARIA MAGGIORE

Per erigere la cappella mortuaria di Bartolomeo Colleoni fu necessaria la demolizione della sacrestia della basilica municipale, che fu risarcita non meno di dieci anni dopo. Nel 1485 la Misericordia Maggiore stabiliva di ricostruirla in un terreno irregolare posto fra le absidi e il fontanone, affidandola a Giovanni Carrara di Serina, che iniziava ad impostare le fondazioni e lo zoccolo basamentale. Il cantiere si interruppe fino al 1489, quando fu chiamato a completarlo Simone Sirtori, architetto del duomo di Milano, insieme ad un nutrito gruppo di scalpellini e scultori di provenienza milanese; nel 1491 era conclusa. Incastonato fra monumenti importantissimi, il piccolo edificio seppe interpretare mirabilmente l’irregolarità dell’area a disposizione formando un ottagono allungato con pareti ritmate da eleganti paraste e concluso da tiburio. Fatta eccezione per il basamento, in cui l’architetto ripropose in modo semplificato le cornici realizzate dal padre nel duomo, la sacrestia di Santa Maria Maggiore, nell’armoniosa articolazione dei fronti, nella delicata policromia dei materiali e nella precisione dei dettagli scultorei costituisce l’edificio bergamasco più apertamente ispirato allo stile bramantesco.

PALAZZO DELLA PIETÀ IN VIA COLLEONI

Il palazzo, in gran parte demolito nel corso dell’Ottocento, sorgeva sull’area oggi sistemata a giardino ubicata lungo il lato settentrionale della Corsarola (attuale via Colleoni) in prossimità del convento di Sant’Agata. Già proprietà della famiglia Suardi l’edificio venne successivamente acquistato da Bartolomeo Colleoni per insediarvi la sua dimora urbana. L’istituzione del Luogo Pio avvenne per volontà dello stesso nella seconda metà degli anni Sessanta del ‘400. Della casa riformata dal Colleoni rimangono attualmente conservate ancora due stanze affrescate e il portale d’ingresso su strada. Quest’ultimo in particolare presenta nei materiali e nella fattura di capitelli e trabeazione affinità comparabili con le fabbriche coeve di Palazzo Brembati, alla Porta S. Giacomo, e della Cappella Colleoni, nelle quali è documentata la presenza dei fratelli Leonardo, Pecino e Venturino-Moroni. È probabile dunque un loro diretto coinvolgimento anche nel cantiere della casa della Pietà.

IL LAZZARETTO

È l’edificio che, con il distrutto Ospedale di Prato, più esplicitamente mostra la forza dei modelli elaborati nella feconda stagione sforzesca, in particolare dell’edilizia pubblica. Iniziato nel 1504 su progetto di Giovanni di Serina, ripete l’esempio milanese nel quadrilatero di celle preceduto da un portico continuo con archi a tutto sesto su colonnette tuscaniche in pietra. Esigenze di economia, di sintesi utilitaristica, ma soprattutto dell’austerità richiesta dal tema, indussero l’architetto all’uso in un linguaggio spoglio e rigoroso. PALAZZO CASSOTTI IN PIGNOLO Si tratta di un edificio costruito tra il 1500 e il 1515 nella parte mediana di via Pignolo dove la strada inizia a salire più ripidamente verso la città alta. L’attribuzione del progetto ad un figlio di Alessio Agliardi, probabilmente a Bonifacio, ci è fornita dal Michiel che visitò il palazzo a costruzione ultimata nel corso del 1515 forse in compagnia del Lotto stesso, che come è noto era un personaggio intimamente legato ai fratelli Paolo e Giovannino Cassetti, esponenti di una ricca famiglia di mercanti di panni di lana, tra le più attive nell’opera di rinnovamento urbano che interessò, via Pignolo, in quanto ingresso privilegiato alla città da Venezia. Le diverse corrispondenze sia nell’impianto tipologico, sia nelle soluzioni per i fronti su strada, tra il palazzo di Giovannino Cassetti e il contiguo palazzo eretto negli stessi anni dal fratello Paolo, hanno sempre fatto pensare ad un progetto unitario, per le due dimore, dettato da un intento progettuale comune. In realtà ciò è attendibile solo fino ad una certa fase della costruzione. A partire dal 1507, infatti, le due fabbriche seguiranno destini diversi differenziandosi soprattutto nelle soluzioni architettoniche dei cortili porticati interni. In particolare il palazzo di Giovannino si contraddistingue per la notevole eleganza delle colonne poggianti su alti piedistalli decorate con motivi araldici di vario genere intagliati sia nei fusti sia nei capitelli compositi anch’essi di pregevole fattura, che sostengono una trabeazione continua al di sopra della quale si imposta il parapetto della loggia superiore scandita da esili colonnine coronate da archi a tutto sesto.

IL CONVENTO DI ASTINO

Nel 1515 si decise di rinnovare radicalmente la fabbrica medievale del monastero Vallombrosano di Astino, dando inizio ad un ambizioso progetto, promosso dall’Abate Jacopo Mindrij da Bibbiena, destinato a protrarsi per più di un secolo. Il nuovo complesso monastico, disposto a sud della chiesa, si organizzava attorno ad un grande chiostro di circa trenta metri di lato con i fronti interni a due ordini regolati dalla sovrapposizione di un modulo quadrato: archi su colonne al piano del cortile, finestre riquadrate al piano superiore scandito da paraste disposte in corrispondenza delle colonne sottostanti. Inizialmente i lavori furono affidati all’architetto bergamasco Zinino de Carrara figlio di Giovanni, al quale sembra essere attribuibile l’intera ala di mezzogiorno, attualmente ancora esistente a sud della chiesa. Di questo edificio cinquecentesco, più volte rimaneggiato nel corso del tempo, è da sottolineare l’estrema ricercatezza degli elementi decorativi così come la sensibilità compositiva nella combinazione delle parti che testimoniano un aggiornamento al lessico rinascimentale e una raffinata interpretazione degli ordini.