Gianmario Petrò - Le case di Paolo e di Zovanino Cassotti

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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Gianmario Petrò. LE CASE DI PAOLO E DI ZOVANINO CASSOTTI IN VIA PIGNOLO 70-72


Veniamo ora alle case dei Cassotti. Quando Paolo e il fratello Zovanino arrivarono in città andarono ad abitare nella vicinia di S. Giovanni dell’ospedale dove avevano acquistato una delle case di Marco Bragini Roncalli. Paolo iniziava subito la ricostruzione della casa e il 26 giugno del 1500 otteneva dal Comune il permesso di eliminare alcune irregolarità dei muri verso strada, a vantaggio suo ma anche a «maggior ornamento e decoro della stessa città». Da quella data i documenti ci mostrano una casa in lento rinnovo a partire dagli ambienti verso strada. Paolo in seguito aveva acquistato altri modesti edifici confinanti per poter disporre di spazi adeguati. Almeno fino al 1507 nel cantiere operò l’impresa dei Moroni discendenti di Bertolasio, e precisamente Michele, Giacomo e Leonardo, che abitavano a pochi isolati di distanza. Proprio nel 1507 Paolo e Zovanino intensificarono gli acquisti di case e orti con l’evidente intenzione di costruire due case una accanto all’altra. In particolare Zovanino il 12 agosto 1507 acquistava dal nobile Pompeo di Bruno Alessandri un orto e una casa sull’area dell’attuale civico 76 di Pignolo, ma subito il giorno 21 dello stesso mese rivendeva la casa a Balsarino figlio di Marco Angelini mentre più in là avrebbe ceduto l’orto ai cugini Zovanino e Bartolomeo. Il 28 agosto del 1507 Zovanino acquistava da Marco di Antonio Negro Roncalli una casa con corte e bottega che sorgeva proprio sull’area dell’attuale civico 72. Alla compravendita era presente il maestro Michele di Pecino Moroni più volte documentato nelle case dei Cassotti in quei mesi. Il lungo atto di acquisto comprendeva gli accordi per eventuali costruzioni in aderenza e in particolare prevedeva la formazione di un muro divisorio tra il cortile della casa venduta e quello di un’altra adiacente situata a monte che restava ai Roncalli venditori. La scelta dell’area non poteva essere stata casuale e dovremmo ipotizzare una parentela tra i Roncalli venditori e i Cassotti acquirenti; peraltro la casa di Paolo era abitualmente frequentata da Marco di Guglielmo Bragini Roncalli e come vedremo nel cortile di Zovanino su una colonna è scolpito uno stemma che corrisponde forse a quello antico dei Roncalli. Nell’estate del 1507 si concretizzò dunque per i due fratelli la possibilità di costruire due grandi case unite e il progetto fu gradualmente messo in atto. Iniziavano così gli scavi per le fondamenta di due case dalla pianta speculare. Il pendio del crinale consentiva di realizzare senza troppe difficoltà un intero piano seminterrato.

Proprio nel marzo del 1507 Paolo e Zovanino liquidavano il pittore Jacopino Scipioni per le decorazioni ad affresco della loro cappella in S. Maria delle Grazie. Gli affreschi, staccati nel secolo scorso al momento della demolizione della chiesa, sono oggi tra le poche opere conosciute di questo attivissimo ma modesto pittore. Per ornamento della stessa cappella i due fratelli commissionavano ad Andrea Previtali, appena rientrato da Venezia, la paletta della Trasfigurazione oggi a Brera, datata 1513. Andrea Previtali era di famiglia originaria della Valle Imagna ed ebbe con i Cassotti un rapporto privilegiato. In quello stesso tempo Paolo aveva acquistato un podere detto la Zogna appena fuori delle mura cittadine, cento pertiche di terra fertile e ben irrigate che nel 1512 furono cintate con un alto muro di pietra. Alla Zogna Paolo fece costruire una bella villa che ha tutte le caratteristiche delle architetture di Pietro Isabello. L’interno di una sala era decorato da affreschi del Previtali raffiguranti tredici arti o mestieri, oggi staccati e conservati nella villa Suardi di Trescore. Una lunetta porta la data 1512. In una scena, dove sono raffigurati tre mercanti in abiti orientali, si nota una balla di merce con il marchio P A, Paolo di Antonello, e non Previtali Andrea come erroneamente è stato scritto. Circa undici anni dopo il Previtali realizzava la tavola con la Vergine, il Bambino, i santi Paolo e Agnese e i ritratti del vecchio Paolo Cassotti e della giovane moglie Agnese Avinatri, uno dei capolavori della nostra Carrara. Il quadro apparteneva ai Cassotti ancora nel ‘700 e precisamente ai discendenti di Marsilio, che abitavano in una casa sul colle di S. Giovanni. Ricordiamo anche la pala del Battista commissionata al Previtali da Zovanino e Bartolomeo Cassotti nel 1513 (e datata 1515) per la loro cappella in S. Spirito. La cappella dei Cassotti, ultimata nel 1512 dal lapicida Donato Fantoni su disegno dell’Isabello, fu la prima realizzata nella chiesa che si andava rinnovando nel nuovo stile rinascimentale. Torniamo alle case di Paolo e Zovanino, che nei documenti del tempo erano definite grandi ed erano valutate, compresi gli orti retrostanti, duemila ducati ciascuna. La fabbrica iniziò verso strada e i due edifici presentano una facciata continua e omogenea, con i portoni gemelli che hanno una spalla in comune e un negozio da entrambe le parti (uno successivamente chiuso e ben mascherato). È evidente che nella prima fase della costruzione si procedette parallelamente seguendo un medesimo progetto. Non vi sono oggi elementi nella facciata che qualifichino l’edificio che è esteriormente molto semplice. Dobbiamo ritenere che un tempo gli spazi compresi tra le ariose finestre fossero arricchiti da affreschi o graffiti. Superati gli androni grandi ma anonimi, ci si trova in due cortili speculari, separati da un alto muro divisorio e porticati sugli altri tre lati. Le due case avevano in comune il pozzo che si incontra appena all’interno dei cortili. Ma da un certo momento in poi le due fabbriche si differenziarono nettamente nelle forme architettoniche. La casa di Paolo, più alterata per successivi rimaneggiamenti, aveva il portico originario, solo parzialmente conservato, ad archi su colonne senza piedistalli ma con ricchi capitelli e alti pulvini. Gli archi della loggia sono scanditi da pilastri con lesene addossate dai raffinati capitelli; accostate ai pilastri, due semicolonne fanno da sostegno agli archi stessi. Il corpo di fabbrica verso il giardino, il più integro, conserva al primo piano un grande salone e alcuni ambienti che hanno le stesse misure previste per quelli della casa di Alessandro Martinengo Colleoni. Forse i Moroni costruttori riutilizzarono qui il modello della casa del capitano. È notevole il fregio ad affresco del salone, purtroppo non ancora studiato, con giochi di putti alati ed esseri marini con busto umano e corpo con zampe di animale e coda di pesce. Il disegno del fregio, non l’esecuzione discontinua, è del tutto estraneo alla cultura locale e in passato, come annota il Tassi, era stato attribuito al Lotto: «tutto il fregio della sala superiore de’ Conti Albani di Urgnano», attribuzione che in ogni caso meriterebbe una attenta verifica. In via Pignolo abitavano nel ‘700 due diverse famiglie Albani dette per distinguerle una di Urgnano, l’altra della Zogna. Gli Albani, discendenti del cardinale G. Gerolamo, erano entrati in possesso della casa nel 1684 e vi si erano trasferiti lasciando la loro antica dimora in S. Salvatore che sorgeva sull’area del palazzo Agosti Grumelli Pedrocca. La visita alla casa gemella di Zovanino dovrebbe iniziare dagli ambienti interrati, che hanno una pianta identica a quella del piano terreno, con lunghi corridoi che corrispondono agli spazi porticati. Nei seminterrati, illuminati fiocamente dalle aperture praticate nei soffitti, erano sistemati i magazzini per le balle di lana, alcuni laboratori dove si esercitava “l’arte del lanificio”, le cucine, la stalla, le rampe e le scale per l’accesso, qualche stanza per i quattro “massari” e i cinque famigli al servizio dei Cassotti. Gli ambienti sotterranei verso strada hanno tutte le caratteristiche dell’edilizia locale della fine del ‘400 o dei primi anni del ‘500. Ma già a partire dai corridoi, pur nella povertà degli intonaci e delle murature appena rifinite, la qualità cambia, gli spazi diventano limpidi e le volte incredibilmente leggere. Solo negli ambienti più grandi si percepisce necessariamente la mancanza di rapporto tra dimensioni e altezza. Quindi fin dalle fondamenta si avverte che qualcosa mutò a lavori avviati.

Abbiamo avuto modo di dire che intorno al 1510 Apollonia, una delle figlie di Zovanino, aveva sposato Antonio Agliardi, figlio di quell’Alessio che era ingegnere e architetto di grande fama al servizio della Repubblica. Uno dei figli di Alessio, Bonifacio, era pure architetto di una certa notorietà ed aveva operato nel Monferrato, dove questi Agliardi possedevano beni, e al servizio dei Gonzaga di Mantova. Ma lo stesso Antonio, per quanto non esercitasse la professione, figura con la qualifica di ingegnere nella dettagliata relazione del sopralluogo alle mura cittadine da lui effettuato il 17 ottobre 1521 unitamente a Pietro Isabello. E il Michiel che ancora una volta ci fornisce una illuminante notizia: «La casa de miser Zanin Cassotto in borgo S. Antonio fo architectura de maestro ... di archi, fiol de maestro alexio di archi Inzegner. Ivi dui quadri furono de man di Lorenzo Lotto». Ritengo che il Michiel abbia reso con “Archi” l’appellativo Arcense dato talvolta all’Agliardi, originario di Arcene, dove la famiglia era affittuaria dei ricchi possedimenti del monastero di Pontida. Intorno al 1510 dunque Zovanino Cassotti si rivolse al genero Antonio Agliardi o, come ritengo più probabile, a suo fratello Bonifacio per un nuovo progetto della casa in costruzione.

Ma perché il progetto risultasse migliore, si rendeva necessario dilatare la fabbrica di un braccio verso la proprietà di Marco Roncalli, che il 30 maggio 1511, testimonio «Magistro petro filio magistri ambroxij dela brenta ingeniario» cedeva a Zovanino un’area di 36 braccia complessive. Nell’atto Zovanino era rappresentato da Antonio Agliardi suo genero che, come segno di distinzione, si qualificava pubblico procuratore del padre Alessio. Sempre nel documento veniva regolata la possibilità di costruire a confine, con concessioni ed esclusioni reciproche di aprire finestre o porte verso la proprietà confinante. La casa di Zovanino, almeno nella sua struttura muraria, era ultimata nel 1515 e questa data si legge incisa sul piedistallo di una colonna. Non ci è dato di sapere se l’architetto Agliardi intervenne anche nel cortile della casa di Paolo Cassotti, cosa che ritengo probabile. I documenti d’archivio ci suggeriscono invece il nome dell’impresario che costruì i due edifici subentrando da una certa data in poi ai Moroni, vale a dire Pietro Isabello, la cui assidua presenza nelle due case in costruzione non può che essere dovuta a motivi professionali. Il cortile della casa di Zovanino, restaurato con amore e competenza dagli attuali proprietari, spicca per l’alta qualità dello spazio, per la leggerezza e l’eleganza dell’architettura, per la fuga nervosa delle colonne che offre prospettive sempre varie e mutevoli. Il progettista ha infatti usato abilmente l’irregolarità dell’area. Le colonne del portico, dal fusto lavorato e dai bei capitelli, sorgono su alti piedistalli riccamente scolpiti e sorreggono una trabeazione di pietra intagliata. Il lato del piedistallo con incisa la data è decorato con una vera impresa, molto simile ad una impresa dei Tasso: un uomo seduto scrive su un libro aperto sorretto da un altro personaggio; sopra c’è una bilancia col motto HOC FAC ET VIVENS. Le colonnette delle arcate delle logge ricevono un particolare slancio dai pilastrini inseriti nei parapetti. Il corpo di fabbrica verso strada ha la loggia trabeata e un piano in più con finestre ad arco che si inseriscono regolarmente nella parete scandita da lesene. Al di sopra c’è l’immancabile granaio. I vari piani e gli attacchi delle volte dei porticati sono sottolineati da semplici cornici in cotto lavorato a palmette e ovuli. Il cortile è porticato su tre lati; il quarto lato, alla sinistra dell’ingresso, è costituito dall’altissimo muro divisorio con la casa di Paolo. Il lato destro è solo un corpo di collegamento tra le abitazioni e occulta le scale che, partendo da un elegante spazio coperto da un cupolino, portano al primo piano mediante due rampe contrapposte. Sotto il vano scale sono collocate le rampe per i cavalli e le scale di servizio che portano nella stalla e negli scantinati. Gli stemmi che notiamo sui fusti delle colonne sono per la maggior parte della famiglia Cassotti, e al loro emblema rimandano anche le mazze che si notano tra le decorazioni. Ci sono poi alcuni tondi con il marchio del mercante Zovanino, vale a dire una Z ed una A (Zovanino di Antonello) unite da una barretta che fa da base ad una X cui si sovrappone una doppia croce. Notiamo poi lo stemma di Laura Assonica prima moglie di Gian Maria Cassotti (un’aquila in alto e sotto una mano), lo stemma di Margherita Arrigoni, moglie di Zovanino (un’aquila in alto e sotto una A ed una R stilizzate unite da una corona), lo stemma di Antonio Agliardi, marito di Apollonia (tre capi d’aglio e due ramoscelli che si intrecciano) e infine uno stemma di difficile interpretazione con una torre che si sovrappone ad alcune fasce: ritengo che si tratti di una variante antica dello stemma Roncalli, del tipo che è conservato a Camaitino di Sotto il Monte, e che potrebbe suggerirci il cognome della madre di Zovanino. La semicolonna sulla sinistra dell’ingresso e il relativo basamento sono decorati con il trigramma di S. Bernardino, con un evidente richiamo alla vicinissima omonima chiesa e alla compagnia di disciplini di cui Paolo e Zovanino erano autorevoli membri. La casa di Zovanino fu letteralmente saccheggiata dai Maffeis che ne erano entrati in possesso nella seconda metà dello scorso secolo. Furono allora asportati i contorni finemente intagliati di porte e finestre che si affacciavano sul cortile e trasportati pare in qualche museo di Berlino. Si sono conservati però gli stipiti più semplici delle aperture verso il giardino, con bordi lavorati ad ovuli e semplici capitelli, come si sono conservate le porte e le finestre che si aprono sulla loggia. Su una porta si è malamente conservato lo stemma matrimoniale di Zovanino Cassotti inquartato con quello di Margherita Arrigoni. Fu asportato e venduto il soffitto a cassettoni del salone del piano terreno, dal quale fu staccato e venduto anche il fregio ad affresco. Furono staccati infine gli affreschi che decoravano le logge e tra questi un tondo con un presunto ritratto del Bramante oggi ai musei Vaticani. Questo “ritratto” è di particolare interesse perché rimanda ai busti di profeti che ornano l’arcone della cappella Carrara in S. Agostino, la seconda sulla destra entrando, già attribuiti allo Zenale. Solo una saletta della casa, oggi unita al confinante palazzo Maffeis De Beni ha conservato l’aspetto originario, con una elegantissima volta ad ombrello sottolineata da una cornicetta in cotto dipinto in oro e azzurro, lunette affrescate e tondi con putti musicanti nei vari pennacchi. Gli sfondi dei pennacchi a finto mosaico sembrerebbero ridipinti. Le due case dei Cassotti si distinguevano certo per qualità e fu anche per questo motivo che nel 1526 e nel 1529 vi fu ospitato, a spese della Comunità, il duca Francesco Maria della Rovere, capitano generale dell’esercito veneziano, che si trovava a Bergamo per lo studio delle nuove fortificazioni cittadine. Non si dovrebbe escludere la possibilità di una conoscenza diretta del duca e i Cassotti assidui frequentatori delle Marche e di Pesaro. La frequentazione delle città delle Marche ci potrebbe anche suggerire un precoce incontro tra il Lotto e i Cassotti. È noto che il Lotto dipinse per Zovanino cinque quadri, dei quali ce ne restano due di straordinaria bellezza, ma il mercante si rivelò poi un cattivo pagatore; forse non comprendendo l’eccezionalità di quell’arte, mercanteggiò il prezzo e ridusse il compenso da 204 a 148 ducati.

È lo stesso Lotto in una nota autografa databile al 1524, prima della morte di Laura Assonica, a darci il dettagliato resoconto dei quadri dipinti per Zovanino. In particolare il Lotto dipinse per il Cassotti un «Christo morto in brazo ala madre» che era stato stimato 25 ducati da Antonio Agliardi e da Pietro Isabello. Secondo il Meli, instancabile indagatore degli archivi cittadini, l’atto di stima va collocato intorno alla primavera del 1515 e ciò potrebbe suggerire contatti tra il Cassotti e il Lotto già prima dell’arrivo del pittore a Bergamo. Peraltro il Lotto per il Cassotti aveva dovuto «refar el quadro de la Pietà tuto de novo che se era guasto», restaurando un’opera sua o di altri che ci è ignota. Il Lotto aveva poi dipinto per la camera di Zovanino un quadro con S. Giuliano, S. Giovannino, la Madonna col Bambino, S. Caterina e il ritratto del committente. Per Gian Maria il pittore aveva dipinto un quadro con la Madonna e con i ritratti di Gian Maria e di Laura con le piccole Lucrezia ed Elisabetta. Ci restano infine i due quadri per Marsilio vale a dire il «quadro de li retrati cioè miser Marsilio e la sposa sua con quel cupidineto, rispecto el contrafar quelli habiti de seta, scufioti e collane», firmato e datato 1523 oggi al Prado, e «el quadro per la camera de miser Marsilio et nel mezo la Madonna con el Figliolo in brazo... da la parte drita S. Hieronimo... S. Zorzo... S. Sebastiano computando el leon de S. Hieronimo... da la parte sinistra santa Caterina... santo Antonio... S. Nicolo de Barri» firmato e datato 1524 oggi alla Galleria Nazionale di Roma. Al momento dell’emancipazione, Zovanino aveva assegnato al figlio Marsilio la parte di casa verso strada e qui dunque furono conservati i due quadri ricordati. Dopo la metà degli anni Trenta la fortuna voltò le spalle a Gianmaria, che gestiva l’azienda familiare anche per conto del piccolo G. Antonio. Incalzato dai creditori, sfuggito a malapena al carcere in terre lontane, riparato a Bergamo nel convento delle Grazie protetto da un frate suo zio materno, dichiarato fallito fu costretto a cedere tutti i beni, suoi e del nipote, ai creditori che li vendettero o li spartirono in pagamento dei debiti. In particolare la cessione della casa veniva formalizzata il 25 aprile 1549. Tra i principali creditori figurava anche G. Giacomo Tasso. Gian Maria e la famiglia andarono ad abitare in affitto in una casa dei Poncini di fronte al convento di S. Spirito, dove oggi sorgono gli uffici della Telecom in via Tasso. Solo dopo la morte della zia Agnese questi Cassotti poterono entrare in possesso dei beni che furono dello zio Paolo, ricostituendo così una discreta fortuna.