Lucia Albani in Avogadro

Da EFL - Società Storica Lombarda.

(ca. 1534 † ca. 1568)

[Genealogia]

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Giovan Battista Moroni. Ritratto di Lucia Albani in Avogadro. [La dama in rosso] olio su tela (cm 15 4,6 x 106,7 comprese le aggiunte) Londra, National Gallery

Figlia del conte Gian Gerolamo e di Laura Longhi

Sp. 1550 il Nob. Faustino Avogadro.


Già a sedici anni componeva poesie; sposata a Faustino Avogadro, allietò con la sua gentilezza le feste del palazzo maritale bresciano. Fu apprezzata da Torquato Tasso, che le dedicò un sonetto che chiude con la seguente terzina: "E ben mi dolgo, che sì grave e tardo / Ti lodo, e canto, o mia sorella LUCE / Che sei del vero sole aurora et ALBA". Fu inoltre celebrata tra i migliori poeti dal Ruscelli e dal Crescimbeni; sue opere vennero pubblicate da Lucia Bergalli nei Componimenti poetici delle più illustri rimatrici'.

Dizionario Biografico delle Donne Lombarde Albani Lucia in Avogadro (1534 ca.-’68). Poetessa. Nata a Bergamo, fu figlia di Gian Gerolamo A. e di Laura Longhi, e quindi nipote di Abbondio Longhi, segretario del Colleoni. D’ingegno precoce, a sedici anni già compose poesie e scambiò sonetti con Giovanni Bressani e Alessandro Allegri. Nel 1550 sposò Faustino Avogadro, nobile bresciano, e brillò nell’ambito dell’Accademia degli Occulti. Dopo un decennio gaio e felice, iniziarono per L.A. preoccupazioni e affanni: nel 1563 vide il padre e tre fratelli banditi dalla Repubblica come colpevoli della morte di Achille Brembati, e nel 1564 perdette improvvisamente il marito mentre questi si trovava a Ferrara. Si spense quattro anni dopo, amareggiata per quanto accadeva in quel tempo da lei definito “pieno d’orrore secol rio". Lodata dal Tasso, lasciò vari e gentili componimenti poetici. Scritti: Rime, in Rime di diversi eccellenti autori bresciani, raccolte da G. Ruscelli, Venezia, 1553; Rime, in Rime degli Accademici Occulti, s.l., 1568; Rime, in Componimenti poetici delle più illustri rimatrici di ogni secolo, raccolti da L. Bergalli, Venezia, 1726; Rime, in A. Ronna, a cura di, Parnaso italiano, Parigi, 1847; Alcuni sonetti della signora L.A., quando era donzella, a cura di A. Foresti, Bergamo, Istituto Italiano d'Arti Grafiche, 1903).

Bibliografia: G.M. Crescimbeni, Istoria della volgar poesia, Venezia, 1730; A. Levati, Dizionario biografico cronologico delle donne illustri, Milano, 1822; P.L. Ferri, Biblioteca femminile italiana, Padova, 1842; C. Villani, Stelle femminili, Napoli, 1915; G. Casati, Dizionario degli scrittori d’Italia, Milano, s.d. (1925?); J. De Blasi, Le scrittrici italiane dalle origini al 1800, Firenze, 1930; B. Belotti, Una sacrilega faida bergamasca, in ASL, fasc. I e II, 1932, pp. 1-32; M. Bandini Buti, Poetesse e scrittrici, Roma, 1941-’42; M.L. Crosio, Scrittrici bergamasche del ‘500, in Rivista di Bergamo, 1949; B. Belotti, Storia di Bergamo e dei Bergamaschi, Bergamo, 1959, vol. III. m.m.


Mina Gregori, Moroni, Bergamo, Banca Popolare di Bergamo, 1975, pp. 273-275 (scheda 124): Ritratto di Lucia Albani Avogadro [La dama in rosso] olio su tela (cm 15 4,6 x 106,7 comprese le aggiunte) Londra, National Gallery (n. 1023)

Proviene dalla famiglia Avogadro. Passato ai Fenaroli, per altre notizie cfr. il Cavaliere dal piede ferito, v. scheda 12). La provenienza Avogadro e il confronto con l’unico ritratto conosciuto di Lucia Albani, figlia di Gian Gerolamo e andata sposa al nobile bresciano Faustino Avogadro nel 1550 intorno ai sedici anni, consente di identificare con certezza la giovane donna del ritratto n. 1023 con questa nobile bergamasca, che per l’appartenere a una potente famiglia, per la bellezza, e per le doti intellettuali ebbe grande successo e fama al di fuori di Bergamo sebbene non quanto Isotta Brembati. Il ritratto sul quale è stato esperito il confronto (e prima di me Micaela Sambucco è pervenuta all’identificazione) si trova in un codicetto contenente suoi sonetti. È la copia eseguita dal disegnatore-calligrafo Giovanni Fortunato Lolmo fra il 1575 e l’‘88 di un altro codice in possesso di Claudio Albani. Ha studiato approfonditamente questi manoscritti A. Foresti pubblicando per le nozze Moroni Camozzi (Bergamo 1903) la raccolta di «Rime di Lucia Albani» e fornendo molte notizie sulla poetessa. Sul frontespizio si legge: «alcuni sonetti DE | LA SIGNORA | LUCIA | ALBANA | QUANDO ERA DON | CELLA IN ETÀ DE | ANNI QUINDECI, IN SEDICI, DI NOVO RITROVATI, ET MESSI IN LUCE. | IN BERGAMO PER | GIOVANNI FORTUNATO LOLMO». Nel recto della seconda pagina è tracciato in un’elegante cornice il ritratto con la testa di profilo della poetessa (se ne veda la riproduzione nel volumetto del Foresti e in B. Belotti 1937, t. III). Lucia nacque poco prima del 1534 da Gian Gerolamo Albani, che sarebbe divenuto Collaterale Generale della Repubblica Veneta e più tardi cardinale, e di cui il Moroni eseguirà il ritratto, tra i più importanti di tutta la sua carriera (v. scheda 183), e da Laura Longhi, nipote di Abbondio, che era stato il fedele segretario del Colleoni. È da notare che il matrimonio di Gian Gerolamo con la Longhi ebbe luogo a Venezia in casa di Luigi Gradenigo a causa, come viene dichiarato, dell’affinità che lo legava a Laura, che risulta essere figlia di Lucia Marcello. Queste notizie famigliari, sia detto per inciso, consentono forse di far luce sui rapporti che Gian Gerolamo ebbe con Venezia e sulla carica di Collaterale Generale che più tardi gli fu conferita. La nostra poetessa portava il nome della nonna materna veneziana. Dopo che la madre Laura era morta nel 1540 in casa di Domenico Gradenigo dov’era andata nel tentativo di recuperare la salute, i sei figli di Gian Gerolamo furono educati a Venezia alla scuola di Giambattista Ramnusio, dove insegnava anche il bresciano Giovita Rapicio (o Ravizza) che aveva tenuto pubbliche lezioni latine a Bergamo dal 1508 al ‘24. Per il matrimonio della Albani con Faustino Avogadro consanguineo di terzo grado, avvenuto nel 1550, fu necessaria la dispensa. I due sposi si stabilirono a Brescia. In anni in cui le donne virtuose nelle lettere e nelle arti (si pensi alla cremonese Sofonisba Anguissola) furono oggetto di particolare attenzione (e vi contribuirono sia l’elemento cavalleresco neo-feudale, sia la curiosità manieristica per la singolarità del fenomeno), la Albani Avogadro ebbe le lodi del Ruscelli, che ne accolse due sonetti nelle Rime di diversi eccellenti autori bresciani (Venezia 1554), e fu citata in scritti nei quali si ragiona di questo nuovo tema, le virtù delle donne: così nella Lettura sopra un sonetto dell’Illustr. Signor Marchese della Terza alla Divina Signora Marchesa del Vasto. Ove con nuove et chiare ragioni si pruova la somma perfetione delle donne. Ove ancora cade occasione di nominare alcune gentildonne delle più rare d’ogni terra principal dell’Italia (Venezia, 1552), e nei Sette libri de Cathaloghi a varie cose appartenenti, non solo antiche, ma anche moderne di Ortensio Lando (Venezia, 1552). La Galleria di ritratti di donne bresciane singolari per virtù e bellezze (Ms. a Brescia, Biblioteca Quiriniana, attribuito a Marco Bona, secondo il Foresti senza fondamento) contiene un’estesa descrizione della Albani, inserita in una serie di dipinti immaginati con i ritratti di gentildonne bresciane: «In questo che segue si scorge la vera Imagine della valorosa signora Lucia Albana Avogadro la quale non bastando a Dio di haver dottata di così rara et intera bellezza che in lei emenda non trovi a patto alcuno l’Invidia, che ancora volendo sublimare et far magiore questa sua terrena beltà, gli ha apresso infuso così alto et divino inteletto, che senza andar mendicando aiutto di scrittori può divinissimamente con le proprie compositioni agrandire la gloria del sesso femminile. Il vestir suo è molto ricco, vago, et che dimostra la magnificentia sua...». Un’altra eco del successo di Lucia nella società bresciana e delle singolarità che le si riconoscevano è nella descrizione di una festa di nozze in casa dei figli di Vincenzo Calino che Giovan Matteo Bembo, capitano di Brescia, inviava in una lettera del 1° giugno 1560 a Gerolamo Faleti conte di Trignano e ambasciatore di Ferrara: «Et alle nozze, che io dico, tra molte, che vi erano invitate, vi fu la figliuola del Cavalier d’Albano, Collateral vostro generale, maritata qui nel Cavalier Faustino Avogadro, giovane bellissima di corpo, et di gentil sangue, ma bellissima d’animo, et nobilissima, la quale tra l’altre sue molte virtù, si diletta grandemente delle buone lettere Volgari, et Latine, d’Historie et di Poesia. Et io presi più piacere de’ suoi dolci, et accorti ragionamenti, che d’altra cosa degna d’esser gratissima, che io vedessi, e udissi in si belle nozze» (pubbl. in Delle lettere di principi, 1. III, Venezia 1581, c. 211 v.). Il ritratto, al pari di quello del Cavaliere dal piede ferito, fu eseguito quasi certamente a Brescia e sembra ragionevole pensare che ciò si sia verificato dopo la morte del Moretto. Il fatto di sangue avvenuto in Santa Maria Maggiore nel 1563, l’uccisione di Achille Brembati che si inserì tragicamente nella lunga e funesta storia delle due fazioni Albani e Brembati e il bando che ne conseguì per il padre e i fratelli di Lucia, non furono senza conseguenze anche per la figlia di Gian Gerolamo, e furono probabilmente la ragione per la quale il marito Faustino si trasferì nello stesso anno a Ferrara al servizio del Duca. Le persecuzioni e le gravi sanzioni che colpirono e dispersero in questi anni, sulla scia di una faida famigliare, molti membri dei più importanti casati di Bergamo legati all’Impero e alla Spagna, sembrano trovare una vera spiegazione come misure di difesa della Repubblica Veneta contro il potere ecclesiastico e imperiale in concomitanza della riapertura del Concilio di Trento nel gennaio 1562 (che la situazione nelle città suddite della Repubblica Veneta fosse diventata difficile sembra dimostrato anche dal fatto che contemporaneamente il fratello dell’Avogadro, Pietro, passava al servizio dei Savoia). Un servitore di Faustino, un certo Ettore Piacenza (cfr. B. Belotti 1937, p. 56) era tra i rei condannati a morte per l’uccisione del Brembati, dei quali la Repubblica chiedeva la consegna. Il fratello di Lucia, Giovan Domenico, direttamente implicato e ricercato per l’uccisione del Brembati, si rifugerà a Ferrara in casa della sorella (Cronaca ms. di Lodovico Caravaggio, ms., Brescia, Archivio di Stato, c. 285, cit. in L. Gavarini, Lucia Albani poetessa bergamasca del Cinquecento, tesi di laurea presso l’Università statale di Milano, anno 1966-1967) ed è significativo che non fu mai consegnato alla Repubblica Veneta che lo aveva reclamato scrivendo ai vari principi d’Italia. Faustino morirà prematuramente cadendo in un pozzo in istato di ubriachezza nel 1564, così almeno afferma la cronaca bresciana di Lodovico Caravaggio (Brescia, Archivio di Stato, c. 289 v.). Lucia dovette morire non molti anni dopo se alcuni sonetti di compianto furono stampati a Brescia nel 1568 tra le Rime degli Accademici occulti. Le sue poesie risalgono agli anni dell’adolescenza, quando scambiava sonetti con poeti come Giovanni Bressani e Alessandro Allegri. A lei inviò un madrigale il Bressani nel 1559 (Poesie, ms., Bergamo, Biblioteca Civica, ψ, 2.41). Per altre notizie sulla sua attività letteraria ricordata anche dal Calvi (La scena letteraria de gli scrittori bergamaschi, Bergamo 1664, pp. 377-378) cfr. B. Belotti 1959, n, pp. 445, 446. Torquato Tasso le dedicò un sonetto (in Gioie di rime e prose del sig. Torquato Tasso. Quinta e sesta parte, Venezia 1587). Non citato nella prima visita del 1854, Charles Eastlake appuntò soltanto il 2 settembre 1857 presso gli Avogadro questo ritratto che riteneva del Moretto, apprezzandone le qualità coloristiche e pittoriche e la fattura delle mani. La restituzione al Moroni sarà rivendicata più tardi come per gli altri ritratti Fenaroli dal Morelli. Fu comperato dall’antiquario milanese Giuseppe Baslini, e subito dopo acquistato dalla National Gallery nel 1876 insieme ai nn. 1022, 1024 (v.schede 123, 125) e 1025 (il Gentiluomo in piedi del Moretto del 1526) per 5000 sterline. È datato a metà o agli anni tardi del sesto decennio dal Gould, anche in considerazione delle particolarità del costume, che Stella Mary Pearce pone a confronto con caratteri analoghi dei ritratti eseguiti in Italia da Sofonisba Anguissola, trasferitasi in Spagna nel 1559. Il vano luminoso di tono grigio evidenzia il rosso della sopraveste aperta secondo la nuova moda spagnola sul vestito in broccato e sulle maniche dello stesso colore. Anche il pavimento a marmi policromi contribuisce a questa esaltazione cromatico-luminosa. Una tonalità prevalente, potenziata dal filtro della luce, è la novità di quest’opera certamente anteriore al Cavaliere in rosa (v. scheda 46), e che rivela una concezione profondamente difforme dalla pittura tizianesca contemporanea. La presentazione sulla poltrona in tralice è meglio risolta che nell’Isotta Brembati (v. scheda 47) della collezione Moroni. Questo importante risultato, di cui si ricorderà il van Dyck per i suoi ritratti genovesi, e l’eleganza sofisticata conferita al modello, attraverso un nuovo calcolo proporzionale mediante il quale la testa risulta più minuta, fanno datare l’opera posteriormente al dipinto bergamasco, intorno al 1555-56 (la Lendorff la riteneva posteriore al 1560). Anche l’avere scelto, come ha notato il Braham, un punto di vista più alto per la rappresentazione appare un pensiero maggiormente elaborato. Durante la pulitura (1975) si è accertato che il ritratto è stato ampliato in alto (cm 8,80) e in basso (cm 6,30). Le aggiunte non sono state asportate, ma coperte dalla cornice. Sebbene possa sembrare strano che il ritratto avesse, per quanto riguarda l’altezza, le dimensioni corrispondenti alla tela originale perché la figura non ha sufficiente spazio e respiro sia in basso che in alto (ciò che giustifica le tarde aggiunte) il ritratto non è stato tagliato. È difficile accertare, almeno per il momento, se avesse qualche relazione, sebbene non sia nato a pendant (perché le due figure non sono affrontate), col Ritratto di gentiluomo (Il cavaliere dal piede ferito) n. 1022 (va notato che la larghezza dei due dipinti differisce solo di sette millimetri). In questo caso verrebbe rafforzata l’ipotesi dell’identificazione di quest’ultimo con Faustino Avogadro, marito della Albani che, con l’alternativa del fratello Pietro, Fausto Lechi ha già supposto possa essere il personaggio rappresentato nel ritratto n. 1022. La pulitura ha evidenziato che anche questa tela, come la maggior parte dei dipinti del Moroni della National Gallery, fu in origine applicata al telaio senza ripiegarla, come indicano i segni dei chiodi sulla superficie dipinta. È stato esposto nel 1978 alla mostra della National Gallery per il quarto centenario della morte del Moroni.


BIBL.: L. Chizzola - G. B. Carboni 1760, p. 177; P. Brognoli 1826, p. 207; A. Sala 1834, p. 124; Ch. L. Eastlake, ms. 1852-1864, 1857, 2, c. 14v; Corrisp. Layard-Morelli 1863-1891, XXXIII, 1876, cc. 212, 2 giugno, 217, 29 agosto; O. Mündler 1869, p. 313; Copy of the Annual Report... for 1876, 1877, pp. 1, app. II. 1, p. 4; Reiset 1877, pp. 592, 593; Abridged Cat. 1878, p. 85; G. Frizzoni 1879, pp. 426,427; A. Woltmann-K. Woermann 1879-1888, II, 1882, p. 781; I. Lermolieff [G. Morelli] 1880, pp. 51, 52 n. 1; Descr. a. Hist. Cat. 1881, p. 237; I. Lermolieff [G. Morelli] 1886, pp. 50, 51 n.; M. Bryan 1886-1889, II, p. 178; F. Kugler-A. M. Layard, n, 1887, p. 581; E. T. Cook 1888, I, pp. 132, 133, II, p. 698; Descr. a. Hist. Cat. 1889, p. 297; I. Lermolieff [G. Morelli] 1890-1893, II, 1891, pp. 86, 87, n. 2 ; C. von Lützow 1891, p. 21; G. Morelli 1897, p. 312; J. Burckhardt 1898, p. 293 ; Descr. a. Hist. Cat. 1898, p. 372; The National Gallery 1899-1900, II, pp. 48, 49, ill.; Cat. of the Pic. 1901, p. 399; Abridged Cat. 1901, p. 167; Illustr. Cat. 1901, p. 75; F. Kugler-A. H. Layard 1902, II, p. 581; S. Reinach 1905-1923, II, 1907, p. 266; K. Woermann 1906, p. 84; B. Berenson 1907, p. 271; The Nat. Gall. in Colour 1909, p. 140; Abridged. Cat. 1911, p. 223; E. Bénézit 1911-1919, III, 1919, p. 316; Descr. a. Hist. Cat. 1913, p. 491; A. Michel V, 2, 1913, p. 528; Abr, Descrip. a. Hist. Cat. 1915, p. 215; E. Fornoni, ms. s. d. (ca. 1915-1922), cc. 33, 48; Cat. of the Pict. 1920, p. 197; H. Merten 1928, pp. 31, 32; Cat. 1929, p. 247; A. Venturi IX, 4, 1929, pp. 242, 243, ill., 277 n.; B. Berenson 1932, p. 381; C. R. Beard 1933, pp. 191, 192; G. Lendorff 1933, pp. 21, 28, 30, 33, 43, 97; B. Berenson 1936, p. 327; Illustr. It. Sch. 1937, p. 249; D. Cugini 1939’, p. 318 (rist. anast. 1978); G. Lendorff 1939, pp. 57, 70, 134, 167, fig. 4; A. Locatelli Milesi 1939, pp. 124, 125; E. Mazza 1939, p. 30; Un Monum. 1939, p. 120; E. Bénézit 1948-1955, VI, 1953, p. 232; U. Galetti-E. Camesasca 1951, II, p. 1749; Summary Cat. 1958, p. 166; D. Cugini 1960, p. 1; G. Reitlinger 1961, p. 397; F. Cappi Bentivegna 1962, p. 290, t. 408, suppl. p. 47; C. Gould 1962, pp. 114, 115; Plates 1964, p. 140; E. Spina 1966, s.n.p. (pp. IV, VII), t. VIII; B. Berenson 1968, I, p. 286; Ill. Gen. Cat. 1973, p. 488; C. Gould 1975, p. 168; C. Wright 1976, p. 142; A. Braham 1978, pp. 10, 18, 26, ill., 27, 30 (n. 1), 31, ill.; H. Brigstocke 19781, p. 85; id. I9782, p. 458.