Note biografiche di Detesalvo Lupi

Da EFL - Società Storica Lombarda.

di GABRIELE MEDOLAGO

(da Il castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, pp. 201-207)

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Nacque da Girardo [925], forse alla Costa di Sentino, probabilmente negli ultimi anni del XIV secolo, e fu contemporaneo di Bartolomeo Colleoni (1395-1475), cui fu legato da amicizia e con il quale condivise tante campagne.

Viene anche chiamato Detesalvi, Dietesalve, Diotesalvi, Dio-Tesalve, Detisalvo, Diotisalvi etcetera. Spesso, come molti condottieri, omettendo il cognome gentilizio, si faceva anche chiamare Detesalvo da Bergamo.

Da giovinetto ebbe i primi rudimenti della milizia sotto la disciplina di Facino Cane (1360ca-1412) capitano generale dei Duchi di Milano e pare abbia dato prova di forza e valore in alcuni fatti d’arme. Morto Facino, continuò a militare negli eserciti del Duca Filippo Maria Visconti sotto il comando di Francesco di Bussone Conte di Carmagnola ed ottenne la carica di conestabile dei fanti[929]. Quando nel febbraio 1425 il Carmagnola lasciò il Visconti per passare al servizio di Venezia, Detesalvo lo seguì e fu fra i conestabili della fanteria veneziana. Diede buone prove di sé ed i Veneziani lo elevarono al grado di governatore dei fanti.

Anche dopo che il 5 maggio 1432 il Carmagnola, accusato di tradimento, fu giustiziato, Detesalvo rimase al servizio della Signoria di Venezia, che servì tutta la vita, cosa all’epoca alquanto rara, dato che era frequentissimo che un condottiere passasse da un campo all’altro.

Il comando dell’esercito passò al provveditore Giorgio Cornaro che compì alcune imprese in Gera d’Adda, alle quali Detesalvo cooperò, ma ben presto fu costretto a ritirarsi tra i monti da Nicolò Piccinino, generale del Duca di Milano, che sottomise quasi tutta la pianura bergamasca e decise la conquista delle Valli e dei monti per poter poi snidare i Veneziani dalla Val Tellina verso la quale iniziò a portarsi sul principio del 1433, riuscendo poi a penetrarvi, sconfiggendo le truppe veneziane e facendo prigioniero lo stesso Cornaro. Nel frattempo si trattava la pace fra Venezia e Milano che fu conclusa in quello stesso anno e durò, benché poco rispettata, sino al 1437.

Detesalvo acquistò alcuni beni che erano stati del conte Giovanni da Covo per i quali non voleva pagare i carichi al Comune, ma una Ducale del 29 aprile 1436 stabilì che dovesse esservi soggetto.

Il capitano generale di Venezia Gian Francesco Gonzaga, Marchese di Mantova, nel 1437 ammassò tutto l’esercito nel contado di Bergamo e vi dimorò a lungo ed attaccando il nemico con azioni isolate. Abbiamo notizia di due gruppi di 38 e 24 armati della Val Gandino, coscritti per 14 soldi al giorno ciascuno, assegnati al Lupi l’8 e l’11 novembre. Il Comune di Gandino donò a lui ed a Matteo da Urbino due forme di formaggio maggengo per un totale di 18 libbre e poi gliene vennero offerte altre due per 22 libbre e infine ancora una quarta.

Quando il Piccinino passò in Toscana, il Marchese Gonzaga per prendere la Val San Martino mandò alcune bande di cavalieri e molte centinaia di fanti, guidati a quanto sembra da Detesalvo, pratico dei siti e delle strade, che riconquistarono vari paesi e tutta la Val Trescore e poi, dato che il Piccinino si avvicinava con l’esercito, furono costretti a passare l’Oglio il 10 settembre. Verso la fine dell’anno il Gonzaga all’improvviso lasciò i Veneziani e si portò in Toscana. Il Piccinino, al comando di circa 25˙000 uomini a piedi ed a cavallo oltre alle cernide, conquistò al duca tutte le terre e vallate della Bergamasca, tranne Sorisole, Ponteranica, la Bastia di Scanzo ed Alzano. Nel novembre (Padre Calvi dice il 17), dopo aver inviato invano ambascerie agli uomini di Sorisole e Ponteranica per ottenerne la sottomissione, decise di portare la distruzione ai due paesi ed il giorno seguente entrò con l’esercito nei loro territori, piantò lo stendardo e, combattendo, scacciò gli abitanti saccheggiando e bruciando ed attaccò anche il castello della Moretta, nel territorio di Sorisole. A Ponteranica viene ricordato da una via.

Su quel che successe poi si tramandano due episodi, che però forse si riferiscono allo stesso fatto, come già accennava il Canonico Lupi.

Le popolazioni dapprima si ritirarono sui monti, ma poi, spinte sempre più in alto dagli attaccanti, si videro perdute, dato che in Val Brembana e Val Seriana vi erano vicari del Duca e non potevano avere aiuti dalla città di Bergamo. Decisero quindi di passare al contrattacco ed al grido di “Carne, carne! Amazza, amazza!” non solo con armi, ma anche con sassi e bastoni, non più di 300 persone, fra cui anche donne, misero in fuga l’esercito del Piccinino che si dovette ritirare sul bresciano. Ancora alla metà del XVIII secolo gli abitanti del luogo mostravano un masso, dal quale la tradizione diceva si fosse lanciato il Piccinino dopo la sconfitta per salvarsi. Per la fedeltà a Venezia i due paesi vennero premiati con privilegio del 26 dicembre.

Il conestabile Detesalvo, che era stato lasciato a guardia dei passi e delle fortezze, con le sue 200 paghe e con le paghe della sua squadra e con i partigiani paesani sorprese il Piccinino che andava in Val Brembana, lasciò passare una parte delle sue truppe e poi attaccò quelli che restavano indietro, gridando “carne! carne!” ed i nemici sbaragliati si diedero alla fuga, le truppe di Detesalvo ne uccisero molti, incendiarono gli alloggiamenti, catturarono numerosi prigionieri, fecero molti feriti e presero targoni, panciere, celate e moltissime armi. Il Piccinino stesso fu ferito da una sassata e costretto a fuggire per non rimanere prigioniero. Il luogo della battaglia non è precisabile, ma il Belotti pensa che sia stato nei pressi di Zogno, anche perché i ducheschi erano arrivati sino a Brembilla.

Questo fu comunicato da Bergamo a Venezia il 4 alle ore 23. Il giorno 9 arrivarono lettere da Bergamo e si seppe che la sconfitta del Piccinino era stata grande con 400 fra presi e morti. Il 24 novembre fu comunicato che il Piccinino aveva tolto il Campo ed era andato a Caravaggio.

Nel seguente 1438 le truppe venete ricondussero all’ubbidienza ai Veneziani molti paesi e la Val San Martino. In queste imprese fu importante l’opera di Detesalvo, che comandava un grosso corpo di fanterie. Con Ducale 14 maggio del doge Francesco Foscari, inviata a Cristoforo Donato podestà e Francesco Barbaro Capitano di Brescia, encomiando il valore e lo zelo di Detesalvo, si decise gli fosse accresciuto lo stipendio da 100 a 150 ducati annui dalla Camera di Brescia e che questa concessione si estendesse agli eredi maschi legittimi in perpetuo.

Il Piccinino, ritornato dalla Toscana, andò verso la fine di giugno ad accamparsi sotto Casalmaggiore nel Cremonese ed i Veneziani, troppo inferiori di forze, si ritirarono sul Bresciano, ove in breve il Piccinino si unì con il Marchese di Mantova, ora passato nell’esercito duchesco. L’esercito veneziano guidato da Erasmo da Narni detto il Gattamelata, sentendosi mal sicuro a Brescia, si ritirò nel Veronese. Poiché giustamente si temeva che il Piccinino stesse per assediare Brescia, alla difesa di questa importantissima piazza, unitamente al condottiere Marchese Taddeo d’Este con 600 cavalli, fu scelto Detesalvo, con circa 1˙000 fanti. Questi si fece grandissimo onore e si guadagnò reputazione d’invitto capitano, difendendo con così pochi soldati la città tanto audacemente, che il Piccinino con 20˙000 uomini e più mesi d’assedio, avendo perduto più di 2˙000 soldati in varie coraggiose sortite vittoriose per gli assediati, a fine anno abbandonò l’assedio e tenne solo il blocco.

Lasciata Brescia, all’inizio di gennaio 1439 assediò Lodrone, castello del conte Paris, amico dei Veneziani, che quando Taglian Furlano, famoso condottiere del Duca, si apprestò ad entrare nelle sue terre con circa 3˙000 fanti e 500 cavalieri, chiese soccorso ai Rettori di Brescia, che gli accordarono circa 400 fanti (il Manelmi dice circa 600), il cui comando, con la direzione dell’impresa, fu dato a Detesalvo, cui fu affiancato Gherardo Dandolo come provveditore. La notte stessa Detesalvo condusse le truppe per la Val Sabbia e con l’apporto di valligiani arrivò al numero di 1˙000 uomini con i quali assalì le fortificazioni fatte alla Noza e le mandò in rotta. Per raccogliere i frutti di questa vittoria, Francesco Barbaro, Capitano di Brescia, gli affidò il compito di inviare due condottieri in Val Sabbia per ricondurre in potere dei Veneziani quei castelli ed egli portò a termine l’impresa in breve tempo, nonostante la resistenza dei presidianti le fortezze, che lo costrinse a veri e propri assedi con macchine militari. Unitosi poi con le truppe del conte di Lodrone, appresero che il Furlano, passato il fiume Lorca e presidiatone il ponte, andava a porre il campo a Castel Romano e, calati all’improvviso dai monti, assaltarono il presidio e lo distrussero. Il Furlano tornò per dare soccorso, ma Detesalvo volse prontamente le sue truppe contro di lui e dall’alto dei monti lo assalì e dopo lunga battaglia lo mise in totale rotta. In questa giornata furono prese circa 1˙500 persone da taglia e ben 300 cavalli, gli uccisi furono moltissimi ed il Furlano fu costretto a fuggire. Per questa vittoria avvenuta il 22 gennaio 1439, si fecero in Brescia ed altrove grandi feste, ma il Piccinino ed il Marchese di Mantova, riunito l’esercito, andarono di persona ad assediare Lodrone e lo presero, quindi si volsero verso Castel Romano, che sembra fosse presidiato da Detesalvo, tentarono per più giorni di espugnarlo, ma invano. Avvicinandosi il conte Francesco Sforza, capitano generale della nuova lega che si era nel frattempo formata, il Piccinino ed il Marchese levarono il campo ed andarono con l’esercito nel Veronese, lasciando in quel di Brescia il Furlano con molte fanterie, alle quali furono aggiunti 2˙000 cavalli condotti da Nicolò Guerriero e da Antonio Trivulzio, ed il Furlano si recò ad assediare Maderno sul Garda. Detesalvo, che si trovava in Torboli, d’accordo con Gerardo Dandolo e con Pietro Zeno provveditore dell’armata, affinché con le navi venisse ad assecondare l’impresa, con 300 uomini scelti dei suoi fanti e molti partigiani condotti dal conte Pietro Avogadro, camminando tutta la notte allo spuntar del giorno fu sopra Maderno ed entrati negli alloggiamenti dei nemici prima che si fossero armati, ne uccisero molti, la battaglia durò varie ore ed il Furlano non poté usare la sua cavalleria perché Detesalvo con un’abile manovra l’aveva costretta in una posizione poco favorevole in quei luoghi montuosi, ma agevoli per le fanterie spedite, ed a poco a poco si dovette ritirare, facendo passare le truppe per una via stretta lungo la riva del lago ove fu facilmente bersagliata dall’armata veneta lì schierata su consiglio di Detesalvo, mentre questi premeva sul fronte ed alla fine ebbe in suo potere 400 nemici, tra i quali circa 50 uomini illustri, come i condottieri viscontei Trivulzio, Tarentino ed Ottobono Terzi, Giovan Fratto ed il Guerriero. Sugli ultimi due fu posta una taglia di 10˙000 ducati, poi ridotta ad 8˙000. Il Furlano col favore della notte riuscì appena a mettersi in salvo e si ritirò a Salò; Detesalvo intanto era intento a recuperare le Valli.

I Rettori di Brescia decisero di assediare Salò ed ordinarono al Marchese Taddeo d’Este di unirsi al governatore Detesalvo ed al conte Avogadro per tale impresa. Il Furlano, raccolti 2˙000 fra fanti e cavalli, andò a San Felice per impedire e disturbare l’assedio, i capitani veneziani precipitosamente deliberarono il 7 luglio di assaltarlo, ma furono respinti e cacciati con parecchie perdite e solo a fatica Detesalvo, costringendo i suoi fanti a fronteggiare il nemico, evitò che lo stesso Taddeo cadesse prigioniero. Successivamente, ritenendosi mal sicuro in Maderno ove gli altri capitani veneziani si erano raccolti, contro il suo parere e gli ordini dello Sforza, tornò a Moncastello sui confini della Val Camonica con pochi fanti, non fu coinvolto nella sconfitta che subirono le truppe veneziane e con il suo esercito andò in loro aiuto e preparò un sicuro rifugio alle fanterie superstiti sui monti presso di lui. Quando il Piccinino mandò molte sue squadre nella Valle di Lodrone per impadronirsene contro i figli del defunto conte Paris, Detesalvo, appena avutone l’incarico dai provveditori veneziani che mandarono anche dei rinforzi con ordine di unirsi a lui, entrò con quasi tutta la fanteria nella Vallata dove gli si affiancarono i conti e sconfisse le truppe duchesche, scacciandole dalla Valle, che tornò all’obbedienza dei Veneziani.

Il Piccinino, preparate le sue migliori fanterie e preso con sé Luigi San Severino con 500 cavalli, si portò segretamente nella Val di Lodrone ed il 25 sull’imbrunire diede addosso alle truppe veneziane, che non se l’aspettavano, le mise in grande scompiglio e chi poté si diede alla fuga sui monti, ma Detesalvo, raccolti parte dei suoi fanti e di quelli dei conti, li condusse velocemente ad uno stretto passo e piombando sopra i nemici che si accampavano li sconfisse e per poco non furono presi il Piccinino ed il San Severino stessi, che fuggirono grazie al buio. Vennero però catturati circa 350 cavalli e molti fanti.

Il conte Sforza, generale della lega, ed il Gattamelata, governatore generale dei Veneziani, per soccorrere Brescia mancante di vettovaglie, calarono con l’esercito sino nella Valle d’Arco, il Piccinino col Marchese di Mantova per impedire loro il passo si portò a Riva di Trento al castello di Tey. Qui l’11 novembre arrivò l’esercito veneziano e nacque una sanguinosa zuffa, le truppe guidate da Detesalvo calarono dai vicini monti, assalirono il campo nemico ed ottennero una celebre vittoria. Furono uccisi e fatti prigionieri molti fanti e cernide e furono presi 100 uomini d’armi e 4 condottieri di gran nome, cioè un figlio del Marchese di Mantova, Cesare Martinengo, Donnino da Parma e Gerardino Terzi, che restò prigioniero di Detesalvo. Il Piccinino si salvò a stento portato al sicuro da un saccomanno, raccolse i resti dell’esercito, li unì alle truppe che non avevano partecipato alla battaglia e prese Verona, che presto però fu riconquistata dai condottieri veneziani. Ritornato nel Bresciano, s’accampò a Rodengo e Saiano. Lo Sforza per agevolare la condotta di vettovaglie in Brescia aveva già mandato due condottieri con 1˙000 fanti e forse 200 cavalli, che, passati per le terre dei conti di Lodrone e venuti in Val Sabbia, s’unirono con Detesalvo, che presidiava quei posti. Questi pensò di sorprendere i nemici nei loro alloggiamenti e la notte del 18 dicembre scese dai monti con tutte le milizie, arrivò sopra Saiano e Rodengo ed assalì il campo nemico. Non essendo però stati rispettati gli ordini, la cosa non andò come doveva e non vi fu totale vittoria. Venne però costretto a fuggire il Marchese di Mantova, che perse tutto il bagaglio, furono presi circa 300 cavalli ed il Piccinino si recò a Rovato.

Segue in Note biografiche di Detesalvo Lupi - Seconda Parte


NOTE

[925] Già il Can. mons. Lupi ne tessè una biografia (Lupi “Memorie per servire…”). Da essa noi partiremo per la narrazione delle sue vicende, in alcune parti ricalcandola da vicino, in altre meno, ove ulteriori ricerche ed ulteriori studi ci permettono di aggiungere elementi o particolari a questa peraltro lodevole opera. Alcuni cenni si trovano anche in Calvi “Campidoglio…” 227-229 e Suardi “Cenni…” 30-31.Viene lodato anche da Mozzi “Theatrum…” 47v. Not. Ant. de Cerro 12/9/1450 Spectabilis miles ns. Detesalvus fili quond. domini Girardi de Lupis; Not. Stefanino d’Albino 23/4/1452 Magnificus miles dom. Detesalvus fil. quond. dom. Girardi de Lupis capitaneus; Lupi “Memorie…” 145; Salvetti 235. Negli “Atti Risguardanti…” si cita l’atto del not. da Cerro 12/9/1450 nel quale si citerebbe Detesalvo fu Girardo fu Corrado.

[929] Spino 65; Calvi “Campidoglio…” 226. Come ricorda il Lupi “Memorie…” 145-146, riprendendo da un esame autentico di testimoni presso suo padre Cesare, lo Spino, non essendo contemporaneo, esaminato il 2/7/ 1582 dal Capitano di Bergamo, confermò con solenne giuramento tutte le cose nella vita di Bart. di Diotesalvi scritte conferma, deponendo in questi sensi: Quanto alla persona del signor Diotesalvi del Lupi, ho già descritto in buona parte i suoi fatti in servigio dei serenissimo dominio nella mia istoria data in luce della vita e fatti dello illustrissimo capitanio Bartolomeo Coglione, e i quali fatti del signor Diotesalvi li ho veduti nella istoria dei Sabellico, nella Sforziade, ed in altri autori degni di fede. ed ho ancora raccolti da altre memorie particolari con molta diligenza ci sincerità: i quali fatti, come nelle detta mia istoria si legge, sono fatti egregi et onorati, e molto utili a Sua Serenità.