Odazio

Da EFL - Società Storica Lombarda.
Spreti, vol. IV, p. 873
Spreti, Appendice, Parte II, p. 401
Ramo di Martinengo (Spreti, App., Parte II, p. 403)
Ramo di Brescia (Spreti, App., Parte II, p. 403)
Ramo di Urbino (Spreti, App., Parte II, p. 405)
Ramo di Urbino (Spreti, App., Parte II, p. 406)

Vittorio Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano, 1928-32, vol. IV, pp. 873-874:

Famiglia originaria di Martinengo in quel di Bergamo, già nota nel XII secolo. Sotto i Visconti e poi sotto la Rep. Veneta, molti suoi componenti coprirono uffici di rilievo, sia nel Consiglio della Magnifica Comunità, sia come vicepotestà (ser MICHELE q. Pecino, COMINO, ecc.) sia come nunzi ed oratori. PIETRO, nipote di Odasio, e poi UBERTO, nella prima metà del sec. XIII tennero l’alto ufficio di console. ZANINO de Odaxio de Martinengo, fu potestà a Romano nel 1428-29, CRISTOFORO (figlio di Comino) fu rector artistarum nell’Università di Padova, (1469-1470), ove si laureò in medicina, e, ritornato a Martinengo, ebbe incarichi importanti.

Nel primo quarto del sec. XVI nel Consiglio di Martinengo vi era il conte palatino (concess. 1518) GEROLAMO (figlio di Giov. Matteo q. Comino) e nella seconda metà, un altro GEROLAMO (pronipote di Michele), insigne giureconsulto, era consigliere e notaio della Comunità, e riuniva e pubblicava per la prima volta nel 1567 gli Antichi Statuti di Martinengo.

Da Martinengo nella prima metà del sec. XV, vari componenti della famiglia si diramarono a Brescia e a Padova, acquistando la nobiltà comunale per essere stati ammessi al Consiglio della città. Del ramo bresciano ricorderemo solo: monsignor DAVID che, dopo. essere stato al seguito del card. Santa Croce, nel 1550 era cameriere segreto di S. S.; OTTAVIANO e ALBERTO, che verso la metà del sec. XVI furono prorettori e consiglieri all’Università di Padova, ove conservasi il loro stemma; e verso la fine del sec. XVIII BENEDETTO fu generale della Guardia Nazionale.

Del ramo milanese, per brevità, ricorderemo soltanto:

BARTOLOMEO, figlio del nob. ser Michele q. Pecino, verso la metà del secolo XV si trasferì a Padova: fu padre di MICHELE († 1492) conosciuto sotto il nome di Tifi, inventore della poesia maccheronica (Cfr. Giorn. Stor. della lett. ital., v. XXXII 1898, p. 262) e LODOVICO (1455-1509), il celebre umanista urbinate (Cfr. Arch. Stor. Lomb., an. XXIII, fasc. X, 1896), di Francesco, di Antonio che diede origine al ramo padovano, detto Tifese. Verso il 1480, Federico di Montefeltro, duca d’Urbino, chiamava LODOVICO e gli affidava l’educazione del figlio suo Guidobaldo, di cui divenne poi il segretario e consigliere.

Nel 1497, venne inviato per ottenere la liberazione del suo principesco allievo caduto prigioniero nella battaglia di Soriano, a Venezia, ove ritornava pure con missione diplomatica nell’anno susseguente. Da Lucrezia Barzi, di Gubbio, ebbe GEROLAMO, († 1527), ambasciatore presso Leone X e che con diploma 20 sett. 1523 venne fatto Cavaliere Aurato o dello Spron d’Oro e con altro diploma 21 settembre 1523 venne creato da Francesco Maria I della Rovere, duca di Urbino, conte di Castel d’Isola Fusara, in quel di Gubbio, titolo riconfermato l’8 agosto 1539 da Guidobaldo II al figlio di lui GEROLAMO II che sposò Lucrezia Gonzaga e sostenne l’ufficio di gonfaloniere in Urbino, ove la famiglia possedeva un pregevole palazzo, mentre nel feudo d’Isola Fusara avevano il castello, di cui rimangono i resti. GEROLAMO II ebbe anche nel 1547 la cittadinanza e il patriziato di Gubbio: morì in Urbino nel 1587. Ebbe tre figli maschi: GIULIO-CESARE, CAMILLO e LODOVICO-GEROLAMO.

I primi due figli continuarono ad abitare nel ducato d’Urbino: Giulio-Cesare fu pure gonfaloniere d’Urbino, e sposò la nob. Ippolita Paltroni: da lui continuarono a discendere i conti feudali di Castel d’Isola Fusara, che si estinsero con Odasio-Maria (1648-1664).

Invece Lodovico Gerolamo (o Gerolamo III), trasferì poi la propria dimora in Lombardia nell’antica sede della famiglia, a Martinengo, ed il figlio suo ODASIO, nel 1602 otteneva la cittadinanza milanese. È da lui che discende il ramo della casata tuttora fiorente.

GIOVANNI (1663-1731) e ANTONIO (figli di Iacopo) furono pittori verso la fine del sec. XVII e il principio del sec. XVIII, e lasciarono dipinti a Roma e nelle vicinanze: ambedue dipinsero il ritratto di papa Clemente XI (Albani); di Giovanni è la cacciata degli Angeli ribelli nella cupola della chiesa dei SS. Apostoli e i dipinti nella chiesa di S. Bernardo e in altri luoghi a Roma; il soffitto nella Cattedrale di Velletri: fu Cavaliere dell’Ordine di Cristo.

Poeta arcadico (col nome di «Atreno Alittori») fu GIUSEPPE (n. 1640) figlio di Antonio e abbiatico di Odasio; il di lui nipote FRANCESCO-MARIA (n. 1678 e figlio di Domenico, 1643-1702) fu protonotario apostolico e letterato.

Nel sec. XIX (Cfr. Bollettino Ufficiale del Primo Congresso Storico del Risorgimento Italiano, n. IX, Milano, novembre 1906, nonché La Lombardia nel Risorgimento Italiano, anno 1930, fasc. 2°), EMANUELE (26 genn. 1826-17 sett. 1889) figlio di Giuseppe, di Carlo Emanuele, laureatosi in ingegneria, fu fra i prodi combattenti nelle famose Cinque Giornate di Milano e ufficiale del Genio alla eroica difesa di Venezia nel 1848-49 e maggiore della Guardia Nazionale di Milano dal 1859 al 1865. Sposò il 30 agosto 1862 la nob. Elisa Massa del fu avv. Antonio, deputato al Primo Parlamento Subalpino e dalla nobile Angioletta Pisani Dossi. Ebbe un figlio, il vivente ERNESTO, n. a Milano il 30 maggio 1868, ingegnere, socio promotore-fondatore della Società Nazionale del Risorgimento Italiano e della Società Storica Lombarda; sposato a Vercelli il 17 novembre 1909 con la nob. Vittoria dei conti Rasini.

Figli di Ernesto: Elisa, n. a Milano il 29 marzo 1911 ed EMANUELE-CARLO, n. a Milano il 6 giugno 1914.

Con R. Decreto di riconoscimento 5 marzo 1908, susseguito da RR. LL- PP. 2 aprile dell’anno medesimo, fu riconfermato il predicato di «Castel d’Isola Fusara» (mf.) e poi con Decreto Ministeriale 5 maggio 1908 il riconoscimento del titolo di conte di Castel d’Isola Fusara con trasmissione primogeniale mascolina per la discendenza di Emanuele, nonché della nobiltà di Urbino e Gubbio (mf.) (Cfr. ACA).

La famiglia è iscritta nel Libro d’Oro della Nob. Ital. e nell’El. Uff. Nob. Ital. coi titoli di conte di Castel d’Isola Fusara (mpr.), nobile di Urbino (mf.), nobile di Gubbio (mf.) e col predicato di Castel d’Isola Fusara (mf.), in persona di: ERNESTO (di Emanuele, di Giuseppe, di Carlo Emanuele) coi figli Elisa e EMANUELE-CARLO.

Fratelli: avuti dal 2° matrimonio del padre con Isidora Fontana: Elisa, ARNALDO. Figlia di Arnaldo: Anna.

a. g. [Alessandro Giulini]


Ivi, Appendice, Parte II, pp. 401-407:

Fra le più antiche e cospicue famiglie di Martinengo, grossa borgata poco distante da Bergamo, va certamente annoverata la famiglia Odasio, trovandosene memorie fino dal secolo XII in antichi documenti, dai quali rilevasi che i vari suoi componenti hanno sempre annesso al cognome l’appellativo «de Martinengo» e che non pochi di essi hanno avuto, per più secoli, parte preponderante nella pubblica cosa e conseguito i massimi uffici ed onori in quella «Magnifica Comunità». (Cfr. documenti nell’Archivio storico antico del municipio di Martinengo, nell’Archivio Odazio, ecc.).

Nel territorio di Cenate Superiore (poco lontano da Martinengo), sulla costa del Monte Misma, fra la valle Calchera e la valle di Sant’Ambrogio, esiste la località chiamata «Odasio» nelle mappe censuarie e nelle carte geografiche, ma dialettalmente, da tempo immemorabile, «Odàs». La tradizione e vari scrittori - e lo stesso Ordine Nobiliare di Santo Stefano, nel secolo XVII, lo ammise (cfr. documenti nel R. Arch. di Stato in Pisa) - ricordano essere la famiglia dei Conti Odasio un ramo della grande casata feudale detta dei «Conti di Martinengo», la quale discende, come altre, dalla illustre stirpe medioevale dei «Conti del comitato di Bergamo» (chiamata dagli storici anche dei Giselberti o Giselbertini), il cui capostipite GISELBERTO I, fu creato Conte probabilmente sulla fine del 921 o nel principio del 922 e poi Conte del Sacro Palazzo circa il 926 o poco prima. (Vedi: Odazio Ernesto, «I Conti del comitato bergomense e loro diramazioni nei secoli X-XII» in «Bergomum» anni 1934 e segg.).

Da Giselberto I (n. c. 870, † c. 928) discendono in linea retta successivamente LANFRANCO I (n. c. 898, † c. 953). GISELBERTO II (n. c. 925, † c. 994) e LANFRANCO II (n. c. 950, già † 1019), tutti Conti del comitato bergomense e del Sacro Palazzo.

Lanfranco II ebbe vari figli, fra cui ARDUINO e MAGINFREDO che continuarono la linea dei Conti del comitato bergomense (suddividendosi poi in altri rami), nonché LANFRANCO III (che testò il 4 novembre 1032), il quale ebbe per primo nei documenti annesso al suo nome il «de Martinengo», dando origine al ramo chiamato, impropriamente, dei Conti di Martinengo, che poi si suddivise in vari altri rami comitali.

Fra i vari figli di Lanfranco III (n. c. 980, † 22 nov. 1032), trovasi GOIZO I, o GOIZONE (già † 1097), che fu Avvocato della Chiesa di Bergamo e miles e vesilifer vescovile; il quale ebbe due figli maschi: ALBERTO I (già † 1105), signore di Calepio e LANFRANCO IV consignore di Calepio. Alberto ebbe 4 figli maschi: GOIZO (da cui discenderanno i Conti Calepio) e ZILIO (da cui deriveranno i Conti di Cortenova), nonché LANFRANCO V e OTHASIO, viventi nel 1148.

È da questo Othasio (che in altri documenti posteriori è chiamato anche Odasio) che deve avere preso, coll’andar del tempo, il cognome la famiglia ODASIO di Martinengo.

Questo cognome (come si vede dai documenti) ebbe anticamente le forme de Othasiis, de Othaxiis, da cui de Odaxiis (de Odaxis), de Odasiis (de Odasis) e poi Odasius (Odassius, Odacius); quindi in lingua volgare, Odasi (Odassi, Odaci, Odagi), e spesso Odasio (raramente Odassio), ed in particolare per il ramo milanese, in lingua latina prima, Odatio, e, in lingua italiana poi, Odazzio e Odazi, ed infine Odazio.

Nipote di Othasio o Odasio fu PIETRO e pronipote UBERTO, i quali, nella prima metà del secolo XIII, tennero l’alto ufficio di Console della Magnifica Comunità di Martinengo (cfr. docum. in Archivio Notarile di Bergamo).

Il Giulini narra che circa il 1232 frate Otacio degli Otazi, dell’Ordine degli Umiliati, fondò a Milano, in Porta Vercellina, una chiesa, che da lui venne chiamata Chiesa degli Otazi od anche Santa Maria degli Otazi; e nel 1254 fra coloro che governavano il Comune di Milano trovavasi ALBERTO Otacio o Otazio, che è citato in una carta che tratta della vertenza tra Milano e la Cattedrale di Monza.

Dalla Cronaca attribuita al Castelli si ha che GIACOMO Odasio (allora Sindico di Martinengo) fu inviato nel 1405 quale ambasciatore dei Guelfi di Martinengo a trattare una tregua coi Ghibellini di Bergamo.

Dai documenti dell’Archivio Comunale di Romano di Lombardia ricavasi che ZANINO de Odaxio de Martinengo fu Podestà a Romano nel 1428 e riconfermato nel 1429 ad istanza del popolo.

Altri importanti incarichi ebbero gli Odasio quando la Repubblica Veneta acquistò Martinengo (1428); da antiche carte dell’Archivio Storico Antico di Martinengo, rilevasi che nob. BETTINO, nob. COMINO, nob. GUIDINO, nob. FRANCESCO quondam Odasio, nob. ser MICHELE, q.m. Pecino, nob. PECINO, q.m Michele, ecc., de Odaxio furono nel Consiglio della Magnifica Comunità di Martinengo e vennero spesso inviati ambasciatori a Venezia, Milano, Brescia, Bergamo, ecc.. od eletti all’alto ufficio di vice-podestà; e così dicasi di molti altri Odasio sino al secolo XVIII, allorché si estinsero in Martinengo. Nel 1469-70, CRISTOFORO (figlio di Comino) fu rector artistarum nell’Università di Padova, ove conservasi memoria di lui e ove, al finire del suo rettorato, come allora usavasi, prese la laurea in medicina: ritornato poi a Martinengo ebbe incarichi importanti da quella Comunità.

Nel primo quarto del secolo XVI troviamo nel Consiglio di Martinengo il conte palatino (conc. 1518), GEROLAMO Odasio († febbr. 1527) figlio di Giovan Matteo quondam Comino, che fu pure ambasciatore del Comune, del cui Consiglio fu membro attivo ed importante. Procuratore del Monastero di Santa Chiara in Martinengo, ecc. Quarant’anni più tardi, un altro GEROLAMO (pronipote del sopracitato ser Michele), giureconsulto, era consigliere e notaio del Comune, e riuniva e pubblicava per la prima volta nel 1567 gli antichi Statuti di Martinengo.

Gli Odasio di Martinengo devono aver usata la seguente arma (vedi Ramo di Martinengo)

È quindi da Martinengo che, nella prima metà del secolo XV, la famiglia Odasio si diramò in varie città d’Italia, sempre segnalandosi per ambiti uffici ed onori ed acquistando la nobiltà cittadina.

Dopo che nel 1428 il territorio bergamasco ed il bresciano erano passati sotto il dominio della Repubblica di Venezia, Brescia divenne quasi il capoluogo di quelle due fiorenti regioni lombarde.

Niuna meraviglia quindi se colà avessero ben presto preso dimora alcuni Odasio, e che più tardi altri da Brescia si fossero trasferiti a Padova, attratti dalla fama di quel Pubblico Studio.

Nel ramo di Brescia, ammesso al Consiglio della Città (con che gli Odasio ottennero la nobiltà bresciana), trovansi distinti giureconsulti, chiari letterati ed ecclesiastici di merito, fra i quali per brevità ricorderemo solo: Monsignor DAVID che, dopo essere stato al seguito del Cardinal Santa Croce, nel 1550 era Cameriere segreto di Sua Santità; OTTAVIANO ed ALBERTO, che verso la metà del secolo XVI furono rispettivamente prorettore e consigliere all’Università di Padova, ove conservasi il loro stemma; e verso la fine del secolo XVIII fu generale della Guardia Nazionale BENEDETTO, del quale conservasi ancora un proclama ai cittadini dell’anno 1797: con lui si estinsero in principio del secolo XIX in Brescia gli Odasio.

Gli Odasio di Brescia usarono la seguente arma (vedi Ramo di Brescia).

A Brescia prima, e poi a Padova, si portò ser BARTOLOMEO de Odaxio, figlio del nob. ser Michele quondam Pecino, il quale ebbe in moglie la nob. Sarra (detta anche Saraina) del quondam Giovanni da Camarano e ne ebbe quattro figli: LODOVICO, ANTONIO, FRANCESCO e MICHELE. Sarra sopravvisse al marito ed ai figli, e testò in età assai avanzata il 4 gennaio 1513. MICHELE si rese celebre nella repubblica letteraria, col pseudonimo di Tifi per aver inventata la poesia maccheronica, illustrata poi da Merlin Coccaio; morì nel 1492. (Cfr. Rossi Vitt. «Chi fu Tifi Odasio» in Giorn. d. letterat. ital., anni 1888 (pp. 1 e 418) e 1898 (p. 262), ed altri autori).

Antonio diede origine ad uno dei rami padovani, detto Tifese a ricordo di Tifi, mentre l’altro originato da GIOV. ANTONIO, figlio del sopraricordato dottor Cristoforo, e nipote di Gian Pietro (speziale alla Luna d’Oro) portava annesso al proprio cognome il nome Martinengo; ambedue questi rami, che ottennero la nobiltà padovana per essere stati ammessi sin dal principio del secolo XVI al Consiglio della città di Padova, si estinsero verso la fine del secolo XVII.

Più celebre fu l’anzidetto LODOVICO (cfr. in Arch. Stor. Lomb. anno 1896: Odasio E. e Pinetti A. «L’umanista Ludovico Odasio alla Corte dei Duchi di Urbino» ed altre notizie in Arch. Odazio) per i grandi onori che ebbe dai duchi d’Urbino, alla Corte dei quali erasi recato da Padova chiamatovi, poco dopo il 1480, da Federico di Montefeltro, che lo nominò aio del figliolo Guidobaldo e lo incaricò di importanti missioni. Lodovico (1455-1509), che i Giudici Nobiliari dell’Ordine di Santo Stefano sono concordi a qualificare «nobile padovano» e discendente dalla stirpe medioevale dei Conti di Martinengo, fu poscia segretario di Guidobaldo I, del quale divenne anche Consigliere intimo, adempiendo con zelo importanti e delicate missioni (cfr. Sanudo, Diarii, vol. I al V), per cui ebbe dal duca molti onori e donazioni, fra le quali il feudo d’Isola Fusara (ora detta Isola Fossara) in quel di Gubbio; fu inoltre precettore e segretario di Francesco Maria I Della Rovere, per il quale molto aveva influito sull’animo di Guidobaldo quando si trattò di adottarlo per figliolo e successore ; lasciò chiara memoria di sé come grande umanista, oratore, latinista e grecista perfetto. Fra i vari lavori letterari, oltre le orazioni funebri (vere bibliografie) dei duchi Federico I e Guidobaldo I Montefeltro e della duchessa Ippolita Sforza (sposata ad Alfonso d’Aragona, duca di Calabria) e di alcune traduzioni di opere di Plutarco, Lodovico Odasio tradusse in latino dal greco la «Tavola» di Cebete, pubblicata nel 1497 e ristampata più volte. Inoltre, per ordine di Guidobaldo, pubblicò nel 1489 la «Cornucopia» di Niccolo Perotti, arcivescovo di Siponto († 1480) premettendo una dedica al duca, nella quale dice che il Perotti lasciò (per prematura morte) imperfetto il suo scritto e incompleta la seconda parte: e quindi l’Odasio dovette ridurlo a buona lezione e completarlo, lavoro non facile, essendo la «Cornucopia» (il cui sottotitolo è «Commentario di lingua latina», perché forma una specie di lessico ragionato della lingua latina) un erudito ampio commento del libro degli «Spettacoli» e del I libro degli «Epigrammi» di Marziale. Così pure corresse il testo latino e coadiuvò il noto Gerolamo Soncino nella stampa (di Pesaro nel 1508) della traduzione dal greco, fatta da Bartolomeo Facio, dell’opera di Arriano sulle «Gesta di Alessandro il Grande» nella spedizione in India.

Lodovico sposò la nobile Lucrezia Barzi di Gubbio, da cui ebbe GEROLAMO e due figlie, Lucrezia e Battista; morì nel 1509, nominando esecutrice del testamento la duchessa Elisabetta d’Urbino. Fu sepolto nella Chiesa di S. Bernardino (fuor le mura di Urbino), ove vi sono pure i sepolcri dei duchi Federico I e Guidobaldo I Montefeltro: il suo epitaffio, che era sul pavimento della chiesa (davanti all’altare di sinistra presso l’altar maggiore), fu poi murato sotto il portico del chiostro annesso.

GEROLAMO (n. c. 1485, † in Urbino gennaio 1527), figlio di Lodovico, ebbe pure a sostenere ragguardevoli uffici nel Ducato di Urbino; nel 1516 fu inviato «ambasciatore per negozi importanti della Patria a Leone X», i quali negozi, nel 1516, altro non potevano essere se non pratiche per difendere i diritti del Duca Francesco Maria I contro le pretese di usurpazione di Lorenzo de’ Medici; ma, fallita la sua missione in causa del nepotismo papale, Gerolamo accompagnò il duca Francesco Maria alla Corte di Mantova, dove certamente condusse seco anche il figlio suo, chiamato pure GEROLAMO. E quando Francesco Maria, perseguitato dal Papa, fu costretto a riparare sotto le ali del Leone di San Marco, Gerolamo seniore fece ritorno ad Urbino, lasciando però il figlio suo a Mantova per compiervi la sua istruzione ed educazione. Ivi Gerolamo juniore conobbe la nob. Lucrezia Gonzaga, che divenne poi sua moglie; matrimonio da cui derivò alla famiglia Odazio molto lustro, per essersi così imparentata colle case regnanti di Mantova e di Urbino.

Non fu per puro caso che Gerolamo seniore fece ritorno ad Urbino, perché avrebbe potuto benissimo vivere accanto al suo Principe, oppure stabilirsi a Martinengo, culla della sua famiglia, ove aveva beni, parenti ed estimatori, od anche risiedere a Padova, donde era provenuto il padre suo, con che sarebbe entrato in possesso di un lascito dell’ava paterna (testam. citato del 1513). Non vi è dubbio che egli scelse di ritornare nello stato di Urbino, sempre in mano dei Medici, per potere così meglio prestarsi in servizio di Francesco Maria: e la sua devozione fu anche attestata in due decreti del 1523 dallo stesso Della Rovere, poco dopo aver riavuti i suoi Stati, col creare Gerolamo Odasio seniore Cavaliere Aurato (Ordine nobiliare in allora fra i più ambiti) e Conte di Castel d’Isola Fusara.

GEROLAMO juniore (n. c. il 1507, † in Urbino il 2 gennaio 1587) fu pure al servizio dei Duchi (come provano varie sue lettere conservate nel R. Archivio di Stato di Firenze); nei primi anni deve aver percorso la carriera militare, e fu al seguito del principe ereditario Guidobaldo Della Rovere; nel 1539 (8 agosto) ebbe dal Duca Guidobaldo II la conferma del titolo comitale, che poi si radicò nella famiglia Odazio, come attestano molteplici documenti. Lo stesso Duca, il suo successore e più tardi (dopo che il ducato fu devoluto alla Santa Sede) Papa Urbano VIII (nel 1639) confermarono i molti privilegi conferiti agli Odasio nello Stato di Urbino.

Dal suo matrimonio colla nobile Lucrezia Gonzaga, Gerolamo juniore ebbe tre maschi: GIULIO CESARE (o Cesare), CAMILLO e LODOVICO GEROLAMO (o Gerolamo). In occasione delle nozze del primogenito Cesare colla nobile Ippolita Paltroni di Urbino, fatte sotto gli auspici della duchessa madre Leonora Gonzaga circa il 1550, Gerolamo ju. cedette il feudo al figlio: ed allora principiò a dedicare la sua attività all’amministrazione comunale, coprendo spesso (dal 1550 al 1578) l’ufficio di Gonfaloniere d’Urbino, il che prova come egli godesse, - oltre il titolo feudale - anche il Patriziato (nobiltà di primo grado) urbinate. Già nel 1547 aveva ottenuto, con speciale decreto, la cittadinanza ed il Patriziato di Gubbio, trasmissibili in perpetuo ai posteri, e dal 1531 fu sovente rettore della Confraternita di Santa Maria della Misericordia di Pian di Mercato in Urbino, ufficio che non si dava se non a nobili, giusto lo speciale statuto. Gonfalonieri d’Urbino furono anche i discendenti del Conte Gerolamo juniore. Giulio Cesare seniore (n. c. 1529, † 1° settembre 1591), succeduto nel 1550, vivente il padre, nel feudo avito, continuò il ramo urbinate, che si spense nella seconda metà del secolo XVII col giovinetto ODASIO MARIA (1648-1664), figlio del conte Giulio Cesare juniore.

I Conti Odasio possedevano un pregevole palazzo in Urbino: e nel feudo d’Isola Fusara avevano il castello, di cui rimangono i resti, e ove ancora si conservano i grandi camini con inciso il nome di famiglia e lo stemma in pietra.

Gli Odasio di Urbino usarono la seguente arma (vedi Ramo di Urbino).

LODOVICO GEROLAMO o GEROLAMO III seguì probabilmente la carriera militare ed ebbe casa e beni in Martinengo, ove nel 1573 gli nacque un figlio, a cui pose nome ODASIO, il quale nel 1602 ottenne la cittadinanza milanese, dando origine al ramo di Milano - ora unico superstite - rappresentato attualmente dal Conte ERNESTO ENRICO Odazio di Castel d’Isola Fusara, nobile di Gubbio e di Urbino.

Anche nel ramo milanese troviamo individui di qualche valore.

JACOPO Odazio, trasferitosi nella seconda metà del secolo XVIII a Roma, ebbe ivi vari figli, tra cui: ANTONIO e GIOVANNI che lasciarono buon nome come pittori. Ambedue dipinsero il ritratto di Papa Clemente XI (Albani).

GIOVANNI (1663-1731) acquistò più grande rinomanza, fu favorito dalla Corte papale e venne nominato Cavaliere dell’Ordine di Cristo; lasciò molti pregiati lavori in Roma, fra cui La cacciata degli angeli ribelli, dipinti nella cupola della Chiesa dei SS. Apostoli; e sua è anche la tela nel soffitto della Cattedrale di Velletri. Fu sepolto nella vecchia sacristia della Chiesa dell’Angelo Custode in via del Tritone a Roma. (Cfr. Pascoli ab. Leone, Vite de’ Pittori, Scultori ed Architetti Moderni, Roma, 1736. Vol. II, pp. 386-399).

Poeta arcadico col nome di «Atreno Alittori» fu GIUSEPPE (n. 1640) figlio di Antonio e quindi abbiatico di Odasio: (vedi ms. nella Bibl. Naz. Vitt. Em. di Roma) e letterato fu pure il nipote di lui FRANCESCO MARIA (figlio di Domenico, n. 12 gennaio 1643, † 8 aprile 1702) nato nel 1678, che seguì la carriera ecclesiastica e fu protonotario apostolico. (Vedi Biblioteca Ambrosiana di Milano, ecc.).

Nel secolo XIX EMANUELE Odazio (n. 26 gennaio 1826, † 17 settembre 1889) figlio di Giuseppe, di Carlo Emanuele, lasciò venerata memoria.

Emanuele aveva appena compiuti gli studi universitari, nel ramo ingegneria, a Pavia (ove si era compromesso come cospiratore) e a Padova, quando scoppiò la rivoluzione del 1848: fu uno fra i coraggiosi e prodi combattenti nelle famose Cinque Giornate a Milano, coadiuvando anche alla costruzione delle barricate mobili. Scacciato l’Austriaco, si iscrisse alla scuola di Artiglieria e Genio, appunto allora aperta nel Collegio di San Luca a Milano; però tosto fu inviato a Venezia, ove fu uno dei più distinti ufficiali del Corpo degli Ingegneri Lombardi: si segnalò specialmente nella costruzione del forte Lombardo a difesa di Chioggia; fu addetto allo Stato Maggiore del generale Pepe, prese parte anche all’assedio di Marghera e alla difesa del ponte sulla Laguna e fatto tenente del Genio (Bollettino Ufficiale del I Congresso Storico del Risorgimento Ital., fasc. IX, nov. 1906. La Lombardia nel Risorgimento Ital. anno 1930, fascicolo 2). Il 5 giugno 1859, appena seppe della vittoria di Magenta, fece porre un grande tricolore alla Madonnina del Duomo, quando ancora gli Austriaci erano in Milano (cfr. Ghisi, «Il tricolore italiano», Milano 1931, pp. 182 e 198). Fu dal 1859 al 1865 maggiore della Guardia Nazionale di Milano. Uomo di ingegno e di carattere integerrimo, emerse assai nella sua professione, sì nella meccanica come nella idraulica; anzi per questa sua competenza spesso era chiamato arbitro in importanti questioni.

Su suo progetto (e sotto la sua direzione) fu costruito il noto albergo di «Villa d’Este» sul lago di Como. Costruì, dopo il 1862, per Pio IX, l’asciugatoio dei Tabacchi in Roma. Modificò il sistema di stagionatura della seta, e fece impianti di stagionature in Milano e nella Prussia; costruì case e fece lavori di arginatura dell’Adda nel Lodigiano, ecc. Fu membro attivo e considerato del Collegio degli Ingegneri di Milano.

Ottenne la Croce dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro. Morì il 17 settembre 1889, lasciando parecchi legati di beneficenza a varii pii istituti, ed ai poveri e dipendenti, ai quali era stato pure largo di aiuti in vita. Sposò il 30 agosto 1862 la nob. Elisa Massa (1842-1873) figlia dell’avv. Antonio (deputato per Stradella al Primo Parlamento Subalpino) e della nob. Angioletta Pisani-Dossi: ebbe in figlio il vivente ERNESTO, n. a Milano il 30 maggio 1868, ingegnere industriale-elettrotecnico, cultore di storia, socio promotore-fondatore della Società Nazionale per la storia del Risorgimento Italiano e della Società Storica Lombarda, autore di vari studi storici, il quale sposatosi a Vercelli il 17 novembre 1909 colla nobile Vittoria dei conti Rasini, ha avuto tre figli: Elisa, n. a Milano 29 marzo 1911, Giuliana, n. 31 gennaio, † 3 aprile 1913, ed EMANUELE CARLO, n. a Milano 6 giugno 1914.

La famiglia Odazio si imparentò in ogni tempo con nobili prosapie. Oltre quelle citate dei Barzi di Gubbio, dei Gonzaga di Mantova, dei Paltroni d’Urbino, nei secoli passati la troviamo imparentata anche coi Corboli-Aquilini d’Urbino, cogli Antaldi di Pesaro, Accoramboni, Biscaccianti della Fonte, Bovarelli, ecc. di Gubbio, coi Da Camerano, de Salzi, Toriglia, ecc. in Padova, coi Ducco in Brescia, ecc., coi Bassi, Galli, Corti, ecc. in Milano, e poi coi Massa della Liguria, coi Gallini di Vogherà, Rati-Opizzoni di Tortona, Gnecco di Genova, coi Pisani-Dossi, coi Cusani-Visconti Botta Adorno, Cavagna di Gualdana, coi Del Mayno, ecc. di Milano, coi Paveri di Fontana Pradosa di Parma, coi Beccaria-Incisa di Santo Stefano, Corsi, Calori-Provana-Balliani di Vignale, di Torino, nonché coi Calvi di Bergolo, Guidobono-Cavalchini-Garofoli, Chionio-Nuvoli di Thénézol, Riccardi, Riccardi-Cubit, Rasini, Bertini di Montaldo, Mella-Arborio di Castellalfero, Avogadro di Vigliano, De Morri di Castelmagno, Ferrari-Ardicini, Pilo di Boyl di Putifigari, Galleani d’Agliano di Caravonica, Arnaldi, Rignon, Gazzelli di Rossana, Castelnovo di Torrazzo, Cervetti, Asinari Rossillon di Bernezzo, Pes di Villamarina, Fassati di Balzola, Giriodi Panissera di Monastero, Radicati di Primeglio, Thaon di Revel e molti altri in Torino, coi Terzi di Bergamo e con altre famiglie.

Con Decreto Ministeriale 5 maggio 1908 fu riconosciuto spettare, per giustizia, alla famiglia Odazio, il titolo di conte di Castel d’Isola Fusara (mpr.) e la nobiltà d’Urbino e di Gubbio (mf.), e riconfermato il predicato di Castel d’Isola Fusara (mf.).

Con questi titoli e predicato nel Libro d’Oro della Nobiltà Italiana e negli Elenchi Ufficiali della Nobiltà Italiana (pubb. 1922 e 1933) è inscritto ERNESTO Odazio, di Emanuele, di Giuseppe, di Carlo Emanuele, coi figli Elisa (n. 29 marzo 1911) ed EMANUELE CARLO (n. 6 giugno 1914).

v. s. [Vittorio Spreti]


Genealogia

Genealogia Odazio

Stemmi

ARMA: Di azzurro al leone coronato d’oro, linguato di rosso, sormontato da due gigli d’oro e questi da un lambello di tre pendenti pure d’oro.

CIMIERO: Un’aquila al naturale (mpr.)

MOTTO: Fortiter in re, suaviter in modis


Ramo di Martinengo:

ARMA: Troncato: nel 1° di rosso alla stella di otto raggi d’oro; nel 2° d’azzurro allo scaglione d’oro. (Arma che si trova in vari Stemmari conservati nella Civica Biblioteca di Bergamo).


Ramo di Brescia:

ARMA: Troncato: nel 1° d’azzurro al leone d’oro linguato di rosso; nel 2° d’argento all’anello d’oro con gemma rivolta in basso e posto sopra una fiamma di rosso. (Cfr. Archivio di Stato in Pisa, Sezione Archivio Ordine Nobiliare di Santo Stefano; cfr. pure stemmi in pietra sotto il colonnato dell’Università di Padova).


Ramo di Urbino:

ARMA: D’azzurro al leone d’oro, linguato di rosso (cfr. R. Archivio di Stato in Pisa, sezione Archivio Ordine Nobiliare di Santo Stefano). Vedi pure campana in bronzo (anno 1624) già sul campanile del feudo di Isola Fusara ed oggi presso il Conte E. Odazio.

Alias: Interzato in palo: nel 1° d’azzurro al leone di oro rivolto; nel 2° fasciato d’oro e d’azzurro, la prima fascia d’oro caricata di una aquila di nero; nel 3° d’argento al liocorno al naturale. (Arma che trovasi nel palazzo Odasio di Urbino scolpita sull’architrave in pietra di due porte tra le iniziali del conte Giulio Cesare seniore).

Stemmi famiglia Odazio

Storia

Personaggi

Dimore

Milano

Sepolture

Iconografia

Dipinti e Ritratti

Archivio fotografico

Fonti

Bibliografia

Sitografia

Documenti

Collezioni

Note