Palazzo Lupi in Pignolo (Bergamo)

Da EFL - Società Storica Lombarda.

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Palazzo Lupi in via Pignolo 98 (facciata)
Palazzo Lupi in via Pignolo 98
Palazzo Lupi in via Pignolo 98
Palazzo Lupi in via Pignolo 98
La sala degli antenati nel palazzo Lupi di Pignolo agli inizi del sec. XX

Gabriele Medolago, Il Castello di Cenate Sotto e la Famiglia Lupi, Amministrazione Comunale di Cenate Sotto, 2003, pp. 168-170:

di Gabriele Medolago

Anche in Pignolo, almeno dal XVI secolo, i Lupi ebbero un palazzo [650].

Ancor oggi l’edificio spicca nella piazzetta del delfino, in prossimità della prepositurale. L’impianto del palazzo mostra una struttura chiaramente basata sulla conservazione delle preesistenze e la pianta è molto irregolare. Nei locali interrati ritrovati recentemente vi erano vasche in pietra e una via d’uscita verso l’ingresso secondario in via Pelabrocco, costituita da ampi gradini in leggera salita, che fanno ritenere che si tratti di antiche stalle del secolo XV. All’epoca il piano stradale era di alcuni metri più basso. Caratteristico è l’ampio cornicione di gronda curvilineo ‘a guscio pieno’, che raccorda il tetto alla parete di facciata, nel quale sono ricavate piccole aperture ovali per l’aerazione del sottotetto, in contrasto con le finestre ed i balconi rigidamente squadrati. La costruzione del palazzo risale al XVI-XVII secolo, con evidente ampliamento verso ovest nel XIX secolo, ma vi sono preesistenze risalenti alla metà del XV secolo [651].

Il 19 marzo 1580 con atto dei notai Gabriele Lazzaroni e Giuseppe di Antonio Bresciani, Orazio figlio, vivente da sé, di Pietro fu Salvo Lupi Cittadino ed abitante di Bergamo acquistò da Giovanni Antonio fu Giovanni Agostino Fontana di Averara una terra casata, coppata, lobiata, cortiva, cilterata, ortiva e broliva nella vicinia di Sant’Alessandro della Croce, confinante ad est con Giovanni Giusto Averara e fratello, in parte con gli eredi di Francesco Rizzi di Terzo ed in parte con quelli del cavalier Gabriele Albani, a sud con Pietro Grasso Locatelli ed in parte con il conte Giovanni Antonio Caleppio ed in parte ancora con Agostino Rivola, ad ovest con il Rivola, a nord con Cristoforo Borelli, con i fratelli Averara e con la strada del Pelabrocco. Questa terra avrebbe potuto essere sottoposta al pericolo di venir distrutta per l’edificazione dei fortilizi della città, in questo caso sarebbe stato restituito entro due anni il prezzo di 450 scudi d’oro da 7 lire ciascuno, da pagarsi 400 entro San Martino e 50 entro il maggio 1581 Il materiale della casa, se fosse stata distrutta, od il residuo, se lo fosse stata solo in parte, sarebbe rimasto al venditore. Se Orazio avesse fatto fare miglioramenti li avrebbe potuti asportare. In quel momento la terra era affittata a Nicola Carrara, locazione che sarebbe durata per circa 4 anni. Il Fontana di Averara promise che Nicola l’avrebbe lasciata entro San Martino seguente od entro San Martino 1581 ed il Lupi ebbe licenza di prenderne possesso dal seguente San Martino. Se avesse lasciato prima di San Martino, Orazio avrebbe dovuto accettare e pagargli il fitto corrispondente. Orazio in seguito affittò questa casa e si accordò con mastro Giacomo Dughetto da Scanzo per alcune opere [653].

Da una polizza di Orazio in data 30 marzo 1590 apprendiamo che egli abitava nella contrada di Pelabrocco, in una casa acquistata dal fu messer Averara per 450 scudi con una pertica o una e mezza di orto, con una pianta di gelso, confinante a nord con la strada, ad ovest con messer Simone Rivola. Vi era una parte “o casipale” affittata a diverse persone, dal cui fitto ricavava 77 lire, ma egli desiderava per il futuro ‘fabbricare’ questa parte, per cui tutta la casa con l’orto sarebbe stata di suo uso. La stessa polizza venne poi ripresentata dal figlio Corrado il 26 giugno 1609.

Stando a questi documenti, se l’edificio in questione fosse l’attuale palazzo Lupi, i lavori che diedero l’aspetto attuale alla facciata del palazzo, solitamente datati intorno al 1560, una cinquantina d’anni dopo la costruzione della parte interna del palazzo, andrebbero datati dopo il 1590, anzi portati al XVII secolo.

Secondo alcuni però non fu questo l’edificio che andò a costituire palazzo Lupi, ma altri acquisiti pochi anni prima del 1684 da Vittorio fu Corrado Lupi, uniformati da una lunga facciata.

Nel 1703 Pietro Paolo Pirovani (1666ca-1738) realizzò ottime alcove intagliate ed il figlio Anton Maria (1704-1770) nel 1730 scolpì alcuni capitelli nel palazzo Lupi Spini di Pignolo. Vi si trovava anche una magnifica cornice a fogliami che l’ingegner Fornoni avrebbe creduto fra le più belle di Andrea Fantoni se non gli fosse stato assicurato che proveniva dall’estero.

Nelle decorazioni interne delle lesene del loggiato del primo piano si trova la sigla CPL, che probabilmente fa riferimento al conte Paolo Lupi, dopo il 1772 quando divenne appunto conte.

Nel 1824 l’appartamento terraneo era dipinto da Giulio Motta; due sale erano ornate da bassorilievi e baccanti opera di Grazioso Rusca. Tutto il palazzo è ancora riccamente decorato ed affrescato [659] secondo i canoni neoclassici [660].

Un progetto urbanistico prevedeva la realizzazione dell’attuale via Ortigara, su cui si affaccia il retro del palazzo, per il congiungimento tra la strada Fernandea (poi viale Vittorio Emanuele II) e la piazza di Pignolo con l’abbattimento delle case a valle del palazzo e l’esproprio di parte della proprietà Lupi, ma fu creata solamente una parte della strada [661].

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NOTE:

[650] Una erronea notizia vorrebbe che il palazzo sia stato in origine della famiglia Morandi (ripresa anche da Pelandi “Attraverso…Pignolo” 104) e che sia passato ai Lupi per dote di Laura, moglie di Paolo nel 1749, che invece portò in dote 8˙000 scudi. Ella inoltre abitava in città alta nella parrocchia di S. Salvatore, non in Pignolo.

[651] Verso la strada l’altezza è di due piani, mentre risulta di tre sul giardino. L’edificio in cortina a pianta irregolare è concepito intorno ad un cortile con due lati porticati e loggiati sovrapposti. Sul cortile e sul giardino gravitano i locali di rappresentanza. Il cortile funge da spazio distributivo ai piani superiori tramite lo scalone, che è punto nevralgico di tutta la struttura. La facciata si presenta segnata da marcapiani in arenaria di Castagneta, interrotti da levigate paraste binate con stilemi ionici. All’interno dei riquadri sono inserite le finestre del piano nobile, orizzontate con elementi lineari e modanati. Al centro si trova il portone, sormontato da un balcone con mensole aggettanti. La ripetizione dell’elemento bugnato, regolare nella fascia interna del parametro dell’arco, smussato rispetto alla normale del piano, contribuisce a creare un doppio dimensionamento proporzionale che prepara al cambio di scala dell’androne di accesso, coperto da volta a botte e che dà accesso al cortile porticato su due lati, con archi, colonne ed una bassa loggia superiore. Proprio in questa zona era ubicato lo scalone demolito. Il cortile forse fu in parte demolito su due lati. Secondo alcuni sarebbe opera dell’arch. Pietro Abano detto Isabello, secondo altri la scansione degli archi a tutto sesto e rialzati, la proporzione degli elementi strutturali del fusto delle colonne con i capitelli allontanano la possibile attribuzione. I capitelli compositi detti italici richiamano simbologie. In essi si trovano il fiore, la cimatio, l’abaco cauliculo, le foglie minori e quelle di mezzo e di sotto, riprendendo tra i due collarini prima dell’attacco alla colonna, altre decorazioni naturalistiche. Qui il capitello d’angolo sostituisce gli elementi floreali con testine d’angioletti. Vi si trovano due loggiati sovrapposti. Il primo con ampi finestroni ad arco ribassato con paraste e finte colonnine e nel secondo, molto più basso, una serie di doppie aperture con orizzontamento mistilineo, suddivise da una colonnina a tutto tondo. Il portico ad archi con alto “intercolonnio” dorico verso il giardino è quello più difficile da ricostruire per le manomissioni. Per gli interni rimangono al primo piano soffitti a cassettoni nel corridoio d’ingresso e nel salone dell’appartamento nobile, che si basano su di una maglia quadrata e sull’uso di roselline dorate, nel primo esempio dipinte, mentre nel secondo in rilievo. Un altro soffitto ligneo, ma del secolo XVII è presente sempre al primo piano, nell’attuale sala operativa.

[653] Il 27/10/1580 Orazio affittò a messer Sigismondo Rossi per cinque anni da S. Martino lo studio nel quale faceva scuola il fu Don Aless. Cazzani dentro la porta della casa in Pelabrocco che era stata venduta ad Orazio da Gio: Ant. Averara, con la canevetta contigua e la cucinetta con camera contigua, ora abitati da Franc. d’Adrara, il cilterino o cameretta sopra la cucinetta. A S. Martino 1581 Sigismondo avrebbe lasciato la camera contigua alla cucinetta ed avrebbe avuto una cucina, una camera ed un solaio posti uno sopra l’altro, abitati da Gio: da Verona. L’affitto sarebbe stato di 5 scudi d’oro. Il 19/1/1581 Orazio si accordò con il muratore mastro Giacomo Dughetto da Scanzo per opere da fare nella casa di proprietà di Orazio in Pelabrocco. Giacomo avrebbe dovuto far tutto a sue spese senza che Orazio desse nulla, il tutto finito entro il seguente marzo. Orazio avrebbe dovuto pagare 50 £, metà subito e metà a fine lavori, fornire i materiali dentro la porta della casa, fornire un luogo per dormire durante i lavori. Giacomo avrebbe dovuto rimuovere tutti i loggetti sopra la corticella che era immediatamente dentro la pusterla con tutte le scale di legno e con il tettino ad essi sovrapposto e murar sopra le finestre che nei muri della corticella che fossero rimasti per causa della rimozione dei loggetti. Avrebbe dovuto togliere la cappa del camino che era in cucina e rimetterla per il camino in saletta. Avrebbe dovuto far un uscio nella detta saletta, nell’angolo incontro alla loggetta di pietra per entrare nella canevetta o fondo terraneo al momento affittato a Gio: da Verona. Avrebbe dovuto sistemare un balcone con inferriata nell’uscio della saletta il quale guardava diritto alla porta, sistemanto il balcone di assi che sarebbe stato levato dal balcone che si era disfatto nella cucina. Avrebbe dovuto abbassare dinnznzi cioè verso sud la ponzana o gronda del tetto che era sopra i locali affittati a Gio: Morazzo, riducendolo ugale e congiungendolo con il tetto sopra la camera affittata a Sigismondo Rossi od al luogo da poco solato di pianelle. Avrebbe dovuto sistemare e mettere a mezzo alla ponzana di quei due tetti cioè da un capo all’altro con due mensole o più una banchetta o perzerola usando quei legnami ordinati da Orazio. Avrebbe dovuto togliere il bordonale ed i travetti nel suddetto luogo da poco solato. Con i legnami avrebbe dovuto sistemare una loggia larga due braccia oltre il relasso che entra sotto il tavolato della cameretta mettendo in quella larghezza tre travetti ed una mensola nel mezzo e sopra di essi solare con assi, solo il solame senza il parapetto, la loggia avrebbe dovuto camminare dall’uscio da farsi nella cucina, cioè dov’era una finestra con inferriata e che andava a dritto od entrare nella camera abitata da Camillo. Avrebbe dovuto far un uscio per entrare nella loggia ella dett acamera sistemando l’uscio di assi che al momento era sull’uscio della saletta riguardante alla porta che sarebbe stata come sopra, e sistemato una finestra; l’uscio si sarebbe aperto nella detta camera a destra entrando. Avrebbe dovuto far di nuovo la soffitta della camera da poco solata, piolando prima due volte i travetti ed assi e cantinelle e mettnedo le cantinelle se non al traverso e mettendo la soffitta alta auguale a quella al pari dei locali abitati da Morazzo e murare tutti i travelli nei muri almeno una buona quarta ed inchiodargli le assi. Avrebbe infine dovuto infrascare ed intonacare tutto il luogo o camera dalla soffitta a terra dove non era intonacato e murare tutte le finestre nel detto luogo e tirar su la cantonata di quel relasso presso l’uscio del cilterino di Sigismondo e sopra di questo relasso voltargli un volto entrante sopra l’uscio contiguo al cilterino. Le sue opere sarebbero state collaudate da periti, per controversie avrebbe deciso Pietro Roncalli. Il 10/4 fu saldato (Not. Gabr. Lazzaroni, filza, ASBg not. 3724 filza). Il 28/5/1582 Ant. Averara fu Agostino not. e causidico di Bergamo diede ricevuta ad Orazio di 50 scudi il cui termine era 5/1581 ai sensi dell’atto del 1580 (Not. Gabr. Lazzaroni reg. 1582 XVIII, ASBg not. 3716, atto 160; PRB). Il 26/8 e 17/9/1585 troviamo la casa di proprietà ed abitazione di Orazio nella contrada di Pelabrocco, vicinia di S. Aless. della Croce (“instrumenta…”).

[659] La quarta ed ultima sala del piano terra, definita sala degli angeli, per la presenza di una figura alata, in rilievo, al centro del soffitto, o sala delle Ménadi o delle Baccanti poiché tutte le figure in rilievo alle pareti e sul soprapporta sembrano rappresentare il mito di Bacco e Arianna. L’Angelini vi ha letto invece riferimenti all’episodio della fuga di Enea da Troia. Le pareti sono suddivise da cornici rettangolari in grandi specchiature modanate a finto marmo lucidato. Al centro di ciascun riquadro, figure muliebri danzanti, in rilievo ed a grandezza quasi naturale. Sulle porte, tre lunette rappresentano scene mitologiche. Una cornice, ornata con greca lungo tutto il perimetro della stanza, separa le pareti dalla volta, dove nella parte flessa a botte, in spazi trapezoidali, risaltano rilievi ornamentali e composizioni simboliche con attributi delle arti e delle scienze che, nell’antichità, erano collegate al mito bacchico. Le scene dei tre semitondi soprapporta, anche questi di squisita fattura, riportano episodi della leggenda di Bacco e Arianna. La figlia di Minosse, re di Creta, aveva abbandonato l’isola seguendo Teseo. Ma nell’isola di Nasso, mentre era addormentata, Teseo l’abbandona e salpa alla volta dell’Attica. Il primo semitondo rappresenta il dolore di Arianna e le navi che si allontanano dall’isola. Mentre la donna si dispera, ecco giungere il corteo di Dioniso; il secondo semitondo rappresenta appunto il dio che, seduto su un carro trainato da pantere, regge il tirso (bastone circondato da edera); attorno danzano Satiri e Ménadi. Il dio incontra Arianna, se ne invaghisce e la sposa (argomento del terzo semitondo), rendendola compagna delle sue peregrinazioni. Sul soffitto nel centro della volta, incorniciato da una larga fascia sinuosa con motivi naturalistici viene raffigurato il momento in cui Bacco, con un tralcio di vite, scende sulla Terra per incontrare Arianna, figlia di Minosse re di Creta, abbandonata sull’isola di Nasso da Teseo, la cui nave sta per scomparire. Arianna alza lo sguardo, dove appare una figura alata che tiene in mano una ghirlanda di nove stelle, allusiva al mito secondo il quale Bacco, dopo la morte di Arianna, portò in cielo la sua ghirlanda nuziale e ne fece una costellazione: la corona boreale. Le decorazioni a rilievo, nei comparti maggiori del raccordo tra pareti e soffitto, rappresentano le arti protette da Bacco: il canto, la poesia drammatica, le belle arti e lo studio delle stelle od arte del divinare. Le figure alle pareti rappresentano le Ménadi con abbondanza di panneggi e tratti delicati, non selvaggiamente scarmigliate, in atteggiamenti scomposti e con il corpo cinto da serpi. Qui le Mènadi appaiono rapite nella danza e nel canto, recando gli attributi propri dell’iconografia tradizionale. Una di esse porta una pentola ed un piatto, con probabile riferimento alle “Antestérie”, le feste che si celebravano tra febbraio e marzo nel mese di Antesterione, nel terzo giorno delle quali, detto festa della pentola, in quanto si esponevano le pentole con legumi cotti come offerta alle anime dei defunti, che in quel giorno ritornavano sulla Terra. Nell’appartamento al primo piano, vi sono altre due sale con decorazioni neoclassiche. La prima dopo il salone, presenta sul soffitto, entro contorni geometrici con ghirlanda a rilievo di fiori e frutta che delimita le pareti e che si trova su due grandi cornici in stucco che racchiudono due ampi antichi specchi in cristallo molato. Vi sono poi tre soprapporta dipinti con foglie di acanto e vite, coppe ricolme di frutta, allegorie che rappresentano la natura in veste di guaritrice e maestra. I due puttini inginocchiati su un ceppo d’albero, traggono, nel primo caso, effetti positivi per la salute con l’uso di erbe officinali; nel secondo caso, conoscenze con lo studio e la rappresentazione artistica della natura. Purtroppo pesanti interventi successivi hanno eliminato il chiaroscuro, annullando l’originario effetto del rilievo. Procedendo si accede alla sala da pranzo, un po’ più ampia della precedente con cornici aggettanti delimitanti le pareti e si innalzano, sempre più complesse, fin nella parte centrale del soffitto, ove si trovano rosoni inseriti in figure geometriche. Alcune volute, che partendo dalla coda di fantasiosi uccelli, si trasformano in foglie d’acanto, tralci e fiori. Nella cornice sopra la decorazione vi sono palmette alternate a fiori e separate da una ghirlanda serpeggiante. La sala presenta pavimento in legno intarsiato con decorazione geometrica. Alle pareti due cornici in stucco a rilievo riprendono il tema del soffitto, e i due soprapporta riproducono, appoggiate a due tritoni, anfore ricolme di frutta e festoni, simbolo dell’abbondanza. Gli stucchi sono di anonimo di raffinata cultura neoclassica, operante agli inizi del secolo XIX nel palazzo ora De Beni, in via Pignolo 74. Nell’eseguire lavori di sistemazione dell’intonaco nel corridoio centrale al pianoterra, (dove i muri portanti soffrono di umidità capillare dal basso), sono apparse, sotto l’intonaco attuale, tracce di affreschi. Stranamente il Fornoni “Storia di Bergamo” scrive descrive il palazzo come grandiosa costruzione che ha tutti i pregi ed i difetti delle fabbriche della fine del Seicento e del principio del Settecento nei quali alla grandiosità dei colonnati, all’ampiezza dei saloni, agli stucchi e alle decorazioni facevano riscontro scale mal comode e per nulla belle.

[660] Al pianoterra, la prima sala a sinistra della galleria principale presenta una volta a padiglione, elemento comune alle altre sale. In questo ambiente la decorazione riguarda soprattutto il soffitto, restaurato nel 1987, ed i due riquadri sopraporta. Lo stile qui è sottolineato dalle tenui tonalità ocra e verde acqua. I rosoni sono stati dipinti su tre livelli ed inseriti in cornici ottagonali di dimensioni sempre più piccole, per creare l’effetto ottico della dilatazione dello spazio, per ogni livello è riportato un rosone diverso, dal più complesso in basso al più semplice in alto, come se la distanza rendesse meno definita l’immagine. Una cornice a stucco in aggetto separa la parete dal soffitto, la cui parte centrale, rettangolare, è anch’essa contornata da una cornice a foglie sovrapposte. Il campo interno del rettangolo è suddiviso in figure poligonali che incorniciano tre grandi rosoni centrali riccamente decorati, alternati a piccoli rettangoli e trapezi ornati con foglie d’acanto. Sui due sopraporta sono dipinti trofei alla romana e panophe. La sala fu poi adibita a mensa Ufficiali e Sottufficiali. La sala successiva, comunicante, ha toni cromatici particolarmente accesi. Luigi Angelini ritiene che appartenga ad epoca successiva rispetto alle altre stanze decorate agli inizi del XIX secolo, ma altri studiosi attribuiscono l’ornato di questa sala all’opera associata di Franc. Pirovano e Domenico Menozzi, che operarono anche nella sistemazione del Teatro Sociale intorno al 1808. datando il loro intervento al 1812, in concomitanza alle decorazioni delle altre sale. Le pareti sono suddivise in grandi riquadri da finte architetture. I campi rettangolari sono decorati a grottesche, quelli più grandi, attraverso un gioco di spirali da cui emergono busti femminili fitoformi ed uccelli che reggono ghirlande di fiori, sono dipinti, in tondi, quattro paesaggi bucolici con boschi e corsi d’acqua. Nei riquadri più piccoli, la decorazione è floreale. I tre sopraporta, con ricche ornamentazioni di foglie d’acanto e fiori bianchi su fondo blu. Ritocchi successivi sulle pareti e sui sopraporta hanno leggermente falsato il gioco di luci ed ombre, appiattendo gli elementi architettonici dipinti, che in origine dovevano creare un notevole effetto di profondità. Una doppia cornice con bande ornamentali in stucco separa le pareti dalla volta. Fra le due cornici è dipinto un ricchissimo fregio dalle diverse tonalità di ocra, con motivo principale di volute di foglie d’acanto ricurve a formare una serie di girali contenenti figurine antropomorfe e zoomorfe. La parte curva della volta è divisa in piccole vele e lunette dove si alternano tempietti classici animati da varie figure, su fondo verde brillante, ai motivi delle pareti, con busti di donne inseriti in spirali di foglie e fiori. Una fitta ghirlanda di fiori policromi incornica lo spazio centrale del soffitto, dove, con forme più lineari e colori sobri, è dipinta una serie di piccoli rosoni, ai lati del grande rosone centrale con bordo a traforo. Particolare dell’arredamento è una culla lignea veneziana del XVIII secolo, riccamente laccata con motivi floreali. La terza sala, più ampia delle altre, è adibita a salotto di ricevimento e presenta sagomature della volta a padiglione con eleganti riquadri e raccordi angolari decorati a stucco e quattro soprapporta rettangolari con a rilievo figure ed episodi epici. Le decorazioni del soffitto riproducono a rilievo spirali di foglie d’acanto, busti alati di figure femminili che si trasformano in ghirlande di fiori, cornici con rosoni e tralci di vite inserite nel riquadri geometrici. Nella volta, in corrispondenza di ciascun soprapporta, vi sono quattro medaglioni che rappresentano in rilievo alcuni episodi dell’Iliade: Achille che riceve la notizia della morte di Patroclo, esequie di questi e la decisione di Achille di tornare a combattere; Era con il pavone, prega Zeus con l’aquila di volgere gli esiti della guerra a favore dei Greci; infine, Teti chiede ad Efesto di forgiare una nuova armatura per il figlio. I quattro pannelli soprapporta riportano le scene che seguirono la morte di Ettore: Achille, spogliatone il corpo, lo trascina sotto le mura di Troia dove si intravede Priamo disperato; Teti ordina al figlio, che rifiuta di obbedire, la restituzione del corpo al padre; Andromaca con il piccolo Astianatte e le ancelle del seguito, invoca la pietà di Achille e la restituzione del cadavere; Priamo supplica piangendo Achille, che cede, consentendo che possano essere tributati ad Ettore gli onori funebri. Le pareti sono a stucco lucidato, riprendendo la pratica dell’encausto classico, nell’imitazione della marmorizzazione.

[661] Nella pianta della città di Bergamo redatta nel 1768 da Joseph Jerome Lalande troviamo al numero 49 palazzo Lupi, ove si trova ora. Con atto 517 del not. Luigi Valoti il 12/7/1855 venne fatta una divisione dei beni Lupi fra i quali la casa dominicale sulla piazza di Pignolo al civico 1495 con contigua salendo la strada di Pelabrocco al civico 1496 in mappa nuova 1154, 1181, 1182 con circa 4 pertiche di giardino, con diritto a porzione dell’andito mappale 1179, confinante ad est con la contrada di Pelabrocco e la Piazza di Pignolo, a sud con i fratelli Marieni, il nob. Gio: Gout e con il co: Ant. Brembati, ad ovest con il co: Ant. Brembati, a nord con Giacomo e nipoti Serassi (Not. Luigi Valoti ASBg not.13708 1854-1855). Nei rilievi eseguiti nel 1810, con correzioni successive fino al 1841, vengono descritte le proprietà dei Lupi in Bergamo, intestate a Paolo, Giacomo, Vittorio, Corrado e Giulio, fratelli Lupi del fu Luigi ed a Giovanna Moretti, vedova di Luigi Lupi, usufruttuaria.