Ritratti di Bonifacio Agliardi e di Angelica de’ Nicolinis

Da EFL - Società Storica Lombarda.

di Mina Gregori da Moroni, Bergamo, Bolis, 1979, pp. 250-251 (schede nn. 89 e 90):

Ritratto di Bonifacio Agliardi - Olio su tela (cm 98x81) - Chantilly (Francia), Musée Condé (n. 53)

Ritratto di Angelica de’ Nicolinis - Olio su tela (cm 98x81) - Chantilly (Francia), Musée Condé (n. 54)

Questo ritratto e il suo pendant (v. scheda 90) provengono insieme a circa settanta quadri, tra i quali molti italiani, dal l’importante collezione napoletana del principe di Salerno, figlio di Ferdinando I di Borbone e fratello di Francesco I delle Due Sicilie, che si trovava dal 1830 depositata in parte in due sale del Museo Reale Borbonico voluto da Ferdinando I, poi divenuto il Museo Archeologico Nazionale. Delle opere depositate in questa sede il Lemonnier («Les origines du Musée Condé. La collection du Prince de Salente», in «Bulletin de la Société de l’Histoire de l’Art français», 1923, p. 95) menziona un inventario del 1830 e il catalogo a stampa del 1842. Qui Stanislao d’Aloè cita, tra i quadri più importanti della raccolta, un ritratto del Moroni, probabilmente quello della donna, che ha sempre goduto giustamente di maggiore notorietà. La provenienza dei dipinti, di proprietà reale e assegnati al principe di Salerno dal fratello Francesco I, era varia (eredità di famiglia, acquisti). Henri d’Orléans, duca di Aumale, che nel 1884 donò il castello di Chantilly ereditato dal duca di Borbone e le sue raccolte all’Institut de France, aveva sposato nel 1844 Maria Carolina Amelia, figlia del principe di Salerno. Nel 1852, dopo la morte di questi avvenuta il 10 marzo 1851, fu annunciata la vendita della raccolta di cui fu stampato il catalogo, e fu dato il permesso di esportazione dei quadri e degli oggetti. Recatosi a Napoli il duca d’Aumale poté sventarne la dispersione offrendosi di acquistare in blocco la collezione. Dopo anni di scambi epistolari (carteggio presso il museo Condé), le trattative furono concluse nel settembre 1854 per 100.000 ducati e i quadri inviati in Inghilterra dove il duca viveva in esilio dal 1848. Dei 175 dipinti che costituivano la collezione, il duca di Aumale ne trattenne 72, e tra questi i ritratti del Moroni; i moderni furono venduti all’incanto (10 gennaio 1857) o direttamente. Nel 1870 il duca di Aumale rientrò dall’esilio e si fissò a Chantilly e dal 1875 all’81 fece ricostruire il castello per accogliervi le collezioni (sulla raccolta del principe di Salerno e le vicende del duca d’Aumale e delle sue collezioni cfr. H. Lemonnier, op. cit., pp. 95-10:, e la prefazione di R. de Broglie in A. Chatelet-F. G. Pariset-R. de Broglie 1970). Già dalle prime descrizioni di catalogo si sottolineano le condizioni non soddisfacenti dei due dipinti. Il gentiluomo, vestito di velluto con mantello foderato di pelliccia, ha la croce dei cavalieri costantiniani e una medaglia col leone di S. Marco, la donna ha una. sopraveste foderata di pelliccia simile a quelle, lunghe, «alla romana» descritte da Cesare Vecellio «per la vernata» (t. 117), lo «zibellino da mano» e un importante gioiello sul petto. II velo leggero, «gialletto», sul capo è quello che noterà il Vecellio negli abbigliamenti delle matrone di Brescia e di Verona «e d’altri luoghi circonvicini» (tt. 168, 169), «al quale fanno fare una bella punta in mezzo della fronte» (t. 168). La parte alta del vestito accollato ha somiglianze strettissime col «busto a modo di colletto» rappresentato alla tavola 167, che si riferisce agli abiti femminili delle città della fascia veneto-lombarda. Così accurato e ricco di precisazioni di costume, il ritratto femminile rappresenta con fedeltà e penetrazione insuperabili il fasto congiunto ai nuovi ideali di austerità morale e dì virtù domestiche che il pittore coglie nel viso privo di idealizzazione della donna. I due dipinti furono forse decurtati di poco come indica la mano frammentaria del gentiluomo. Le copie fedeli, più tarde, dei due ritratti sono conservate in casa dei conti Agliardi a Bergamo (cm, 105 X 81 quella del gentiluomo ampliata in basso, con la mano interamente leggibile, cm 104x81 quella della dama ampliata in alto). In basso si leggono le scritte che permettono di identificare i personaggi con Bonifacio Agliardi e la moglie Angelica de’ Nicolinis. Nel ritratto femminile la scritta indica l’anno 1569, forse della morte. In calce al ritratto maschile si legge precisamente: «ILL.MUS COM. ED. AEQU. CONST.US BONIFACIU EX PRIVIL° MAXIMILIANI II. ROM. IMP.IS COM. PALATINUS.». Si tratta di Bonifacio Agliardi, figlio di Antonio, che fu tra i più eminenti cittadini dì Bergamo e ricoperse varie cariche (fu tra i consiglieri della città nel 1551 e nel 1577, nel 1557 tra i deputati per la costituzione del Monte di Pietà, di cui fu uno dei conservatori), secondo il Calvi «sempre con riportarne ugual ti¬tolo di splendido, et di diligente» (cfr. «Campidoglio de guerrieri et altri illustri personaggi di Bergamo», Milano 1668, p. 94). Nato dopo il 1510, nel 1551 fu provveditore, insieme con il potente e filospagnolo G. B. Brembati, per la tutela e la difesa della città durante il passaggio nel territorio di un esercito tedesco, accompagnandolo dalla Val Camonica fino ai confini verso il ducato di Milano, e ancora nel 1557 quando fu la volta dell’esercito svizzero del re di Francia. Nell’agosto del 1561 e nel marzo del ‘62 egli fece parte di due ambascerie a Venezia per scongiurare o almeno limitare i gravi danni e le distruzioni prodotti dalla costruzione delle mura e per chiedere senza successo dei risarcimenti. Già vecchio, prese provvedimenti per la carestia del 1579. Morì il 22 gennaio 1580 (per queste notizie v. specialmente B. Belotti 1937, p. 16 e id. 1959, III, pp. 241, 293, 294, 310, 316, 330 n. 45, 413). Per gli elogi dedicatigli dai letterati cfr. B. Vaerini, «Gli scrittori di Bergamo», Bergamo 1788, pp. 26-28, dove è citata l’orazione in morte scritta da Giovanni Pellicioli e pubblicata a Bergamo soltanto nel 1595: «Encomium in funere Bonifacii Alleardi Comitis Equitisque, ac Palatini, et de Patria optime meriti». Nel 1561 l’Agliardi fu eletto, con Giovan Francesco Brambilla e Alberto Suardi, «affine che andassero raccogliendo le antichità tutte e memorie della città e le riponessero a spese pubbliche in luogo cospicuo e degno per gloria perpetua della patria» (D. Calvi 1676-1677, I, p. 309). Nella deliberazione, in data 12 marzo, l’Agliardi risulta già cavaliere. La nomina a cavaliere aurato con decreto del Doge risaliva infatti al 15 gennaio 1553 (G. Spreti, «Enciclopedia storico-nobiliare italiana», Milano 1928-1935, I, p. 323), forse per i meriti acquisiti in difesa della città e del territorio. La croce di cavaliere costantiniano è rappresentata insieme con la medaglia con il leone di San Marco in questo ritratto, che per considerazioni stilistiche si data intorno al 1563-65 (per la croce cfr. F. Bonianni, «Ordinum equestrium et militarium Catalogus in Imagines expositus et cum brevi narratione» Roma, 1711, prefazione al lettore, s.n.p.). Nel 1571 l’Agliardi, ancora cavaliere, fu incaricato di accogliere per conto della Signoria, l’arciduca Carlo d’Austria nel castello di Martinengo. Nello stesso anno Massimiliano II lo insignì del titolo di conte del Sacro Romano Impero e il 10 febbraio 1574 di conte palatino per sé e per i discendenti (bolle nell’archivio di casa Agliardi, gentile comunicazione del conte Gian Paolo Agliardi). I due dipinti sembrano di poco precedere il fare pittorico e «alla veneta» del Novagero datato 1565 (v.scheda 138). Anche alcuni particolari dei costumi e dell’acconciatura l’uso della pelliccia, il taglio della barba dell’uomo, la pettinatura della donna collocano i due ritratti non oltre la metà del settimo decennio, come ha affermato anche la Lendorff. La disposizione quasi frontale della dama appare collegata al Ritratto virile (v. scheda 133) datato nel 1561, il tocco leggero con cui è trattato il viso del gentiluomo al Ritratto di Giovanni Bressani del ‘62 (v. scheda 100). È da notare che il costume maschile è molto simile a quello del Cavaliere della National Gallery (n. 2094) di Londra (v. scheda 127), che la Lendorff data intorno al 1565 e Stella Mary Pearce sulla fine degli anni ‘60. Gioverà accennare in questo contesto a citazioni più antiche dì coppie analoghe di ritratti che potrebbero consentire la ricostruzione della storia dei due esemplari di Chantilly, Il catalogo dell’esposizione dei «Quadri posti sotto il palazzo vecchio di città» del 1799 menziona, senza indicazioni di misure, ai nn. 19 e 20 del secondo arco un «Ritratto da Donna» e un «Simile da Uomo» esposti dal nobile Giovan Battista Donati. È improbabile che, come sembra ipotizzare T. Torri (1964), si trattasse dei due ritratti Spini (v. schede 19, 20) perché questi appartennero sempre alla famiglia prima della vendita all’Accademia Carrara (1852) e alla fine del Settecento ve li ammirò il Lanzi. Perciò, se l’attribuzione al Moroni era corretta, rimarrebbe aperta la possibilità che si trattasse dei due di Chantilly. Non si può affermare che siano quelli che un appunto del conte Giacomo Carrara (mss. presso la Biblioteca dell’Accademia Carrara, cart. XIX, fasc. XIV) ricorda come di sua proprietà («grandi a due terzi di vita marito e moglie»), descritti nel Catalogo del 1796 della sua Galleria al f. 28, Gabinetto del primo piano (D N° i), nn. 24 e 27 («Ritratto di huomo, opera di Battista Moroni Bergamasco» e «Ritratto dì donna, opera bellissima di Gio. Batt. Moroni bergamasco», cfr. A. Pinetti 19221, p. 104 perché identificabili secondo il Rossi, con i nn. 723 e 27 della Carrara (di scuola veneta e del Cavagna). Bibl. (relativa anche alla scheda seguente): Guide coll, prince de Salerne 1842; S. d’Aloè 1847, p. 312; Cat. vend. coll, prince de Salcrnc 1852, p. 10 (nn. 26, 27); G. Lafenestre 1880, p. 430; id. 1882, p. 192; H. A. Gruyer 1896, pp. 117, 118 (nn. LVII, LIV); id. 1899, p. 49 (nn. 53, 54); G. Macon s. d. (ca. 1900-1920), pp. 6, 17; B. Berenson 1907, p. 271; H. Bénézit 1911-1919, III, 1919, p. 316; H. Merten 1928, p. 35; A. Venturi IX, 4, 1929 p. 276 n.; H. Berenson 1952, p. 381 ; G. Lendorff 1933, pp. 37,73, 94; B. Berenson 1936, p. 327; D. Cugini 1939*, p. 318 (rist. anast. 1978); G. Lendorff 1939 [ecc.]