Sommi Picenardi: differenze tra le versioni

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'''Vittorio Spreti, ''Enciclopedia storico-nobiliare italiana'', Milano, 1928-32, vol. VI, pp. 363-368:'''
  
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I più antichi documenti che della famiglia cremonese dei Sommi sono giunti sino a noi, risalgono all’undicesimo secolo. E una delle poche famiglie nobili italiane che vanta un’ininterrotta genealogia provata da autentiche pergamene, sino dal 1128 con ALBERICO da Sommo, che in detto anno fioriva. Se non provata, comunque è interessante l’asserzione dell’autorevolissimo storico cremonese, il Wüstenfeld, sulle più remote origini di questa stirpe. Egli è di avviso «... altro non essere questa famiglia che la stessa degli antichi signori di Ticengo e di Fornoro, e che, come questi, prendesse il nome della terra di cui era signora: e infatti si chiamò DE SOMMO e DE SUMMO da un villaggio sulla sinistra del Po da essa tenuto in feudo da tempo immemorabile e al quale, in epoca remotissima, si aggiunsero altri feudi vescovili».
  
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In verità già nel secolo XII i Sommi erano investiti del feudo nobile, perpetuo, gentile, avito e proavito di alcune terre nel luogo di Sommo e di caccie, pesche, decime e molti altri diritti stabiliti su altre ventidue terre della diocesi cremonese.
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L’antica nobiltà della stirpe, la dovizia del censo, l’autorità stessa dei lontani progenitori doveva comunque aver affermata la fama di questa famiglia nel cremonese e fuori se già potente essa era al tempo delle fazioni, sì da guidare le sorti della parte guelfa in Cremona. Il citato Alberico fu tra i testimoni dell’atto con cui il 24 gennaio 1128 Oddone, abate del Monastero di S. Sisto in Piacenza, investe Oddone di Comazo Vice populi Cremonae della terza parte della Corte di Guastalla e dalla carta 2 aprile 1183, per compromesso coll’abate di Castiglione, risulta che Alberico era fratello di ALBERTO e di CORRADO. Alberto fu testimonio all’atto con cui l’imperatore Federico Barbarossa confermò il 27 dicembre 1175 ai signori di Bargone certi privilegi loro concessi dall’imperatore Corrado III e in una carta di investituta del 18 marzo 1179 è citato Potestas (Console) di Cremona; Corrado è citato col nipote ottone col fratello Alberto alla Corte dei Pari radunata il 20 gennaio 1162 dal vescovo scismatico, Prete di Medolao e fu console di Cremona nel 1181.
  
'''VOCE IN VIA DI COMPILAZIONE'''
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Da Alberico nacque SILVAGNO citato come vivente col padre nel compromesso 2 aprile 1183 e furono suoi fratelli, fra gli altri, GIOVANNI, che il 2 luglio 1202 ricevette, unitamente agli altri Sommi, l’investitura dei feudi aviti dal vescovo Siccardo, e fu console di Cremona nel 1204; GHERARDO, nel 1191 console di Cremona; MALADOBATO, compreso nell’investitura del vescovo Siccardo.
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Da Silvagno nacque MARTINO, che fu padre di ANGELERIO, che il 9 maggio 1267 assistette, come Legato di Cremona, alla Lega di Romano fra le città guelfe e ghibelline di Lombardia. Da lui nacque OLDOFREDO, padre di TAJONE, che è citato già defunto nell’investitura feudale accordati ai Sommi dal vescovo Pietro Cappello il 31 gennaio 1362. Fu padre di GUBERTO, investito dal predetto vescovo il 31 gennaio 1362.
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Prima di continuare il documentato filo genealogico diretto dal citato Guberto fino ai giorni nostri, ricorderemo che Corrado, fratello del capostipite Alberico, dette luogo ad una linea alla quale appartennero: CORRADO o CORRADINO, che il 16 dicembre 1188 fu presente al patto di lega fra Parma e Cremona e fu podestà di Cremona; OSPINELLO, nel 1196 confaloniere del Capitolo di Cremona, nel 1219 ricevè con altri concittadini da Federico II, a nome di Cremona, l’investitura di Crema e dell’isola Fulcheria (Campi), nel 1221 fu Legato al Pontefice per trattare i negozi di Cremona e di Piacenza, nel 1236 podestà di Parma e il 16 aprile 1229 con Molaro Molari, fu ambasciatore di Cremona presso i Fiorentini per definire alcune - vertenze di guerre esistenti fra le due città; LUGARO, podestà di Mantova, dalla quale fu cacciato il 18 luglio 1273 da Platamone della Fontana; UBERTO, detto, di Rizzardo, primo podestà di Pavia nel 1228, poi podestà di Lucca nel 1230 e 1233, uomo pugnace e risoluto al  quale papa Gregorio IX nel 1230 sferrò una Bolla di scomunica assolvendo i cremonesi dall’interdetto in cui erano caduti se avessero demoliti e distrutti tutti i beni, le case, gli averi di Uberto Sommo «Deo et Ecclesiae Romanae rebelli» avendo egli usurpato la signoria sulla Garfagnana pretesa dalla Chiesa di Roma; FRANCESCO, che fu tra i vicari del marchese di Monferrato (Muratori, Scrittori italiani, XXIII).
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Inoltre dal citato Gherardo, fratello di Silvagno, e figlio di Alberico, si staccò un altro ramo al quale appartennero: GHERARDO, che col fratello TRUGLIONE o TURLONE, combattè fra le schiere di re Enzo, che furono sconfitte dai bolognesi a Fossalta il 26 maggio 1249 e con esse cadde prigioniero; GONZELMO, che il 9 gennaio 1269 fu rimesso in possesso delle decime di Altavilla col diritto di percepire i frutti di detta Pieve e della quale la famiglia era stata spogliata ai tempi della dominazione del marchese Uberto Pallavicino; CINELLO, canonico della cattedrale di Cremona, uomo feroce e di depravati costumi, e che nel 1312 intervenne alle elezioni del podestà di Cremona, fu indagatore delle antichità della città e, secondo l’opinione dell’Arisi, scrisse sulle origini delle chiese di Cremona e della diocesi, nonché la vita dei vescovi cremonesi; CLEMENTE, arciprete di Casalbuttano e che nel 1499 fu tra i cremonesi che sottoscrissero l’atto di dedizione della città alla Repubblica di Venezia.
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Altri rami generarono i figli di Alberico capostipite, RIBALDO e GIOVANNI. Al primo appartenne ALARIOLO, di Gaifero, ricordato col padre nell’investitura 31 gennaio 1362 concessa dal vescovo Cappello; ANDREASIO, familiare dell’imperatore Carlo IX, cavaliere nel 1335 e conte palatino, BUZACARO o BONZANO, podestà di Bergamo nel 1274, nel 1305 fra i Sapienti della gabella di Cremona. Al secondo appartennero: BERNERIO, di Ugo, canonico della cattedrale, poi vescovo di Cremona; ARMANNO, detto MANNO ed anche ARMANNINO, podestà di Parma nel 1303, e fratello del predetto Bernerio e di Gregorio, nel 1313 podestà di Soncino, che difese Cremona dagli assalti che nel 1318 tentò Matteo Visconti per impadronirsi della città; OTTOLINO, altro fratello, nel 1250 Pretore in Cremona; GIOVANNI e GIOVANNI NAXO, figli di Gregorio, che ebbero da re Giovanni Idi Boemia in feudo il castello della Pieve Altavilla, con diploma dato da Brescia il 30 gennaio 1331, feudo che in seguito passò ai Pallavicino e nel 1526 ai Rangoni per tornare poi ai Pallavicino nel 1630, conservandovi però la casa Sommi alcuni beni allodiali fin verso la metà del sec. XIX. Si contano ancora: MAFFEO, vicario di re Roberto d’Angiò in Vercelli nel 1314, poi podestà e capitano a Parma nel 1322 e addetto in Lucca nel 1333 alla persona di re Giovanni di Lussemburgo; GIANFRANCESCO, cavaliere di S. Stefano di Toscana, comandante la guardia a cavallo del duca Cosimo de’ Medici e suo ambasciatore a Ferrara e a Mantova nel 1567 e nel 1568 colonnello dei cavalleggeri medicei contro gli Ugonotti in Francia; DOMENICO, cameriere segreto di papa Paolo III e vescovo di Bisignano nel 1548.
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Da Guberto, di Tajone, la linea prosegue con GIACOMO, padre di Andrea, e che generò altro GUBERTO, che testò il 9 aprile 1500 e fu decurione di Cremona nel 1457. Fu questi padre di ANDREA, decurione nel 1515, fabbricere della cattedrale nel 1510, nominato cavaliere da Lodovico XII, re di Francia; MAURO, che fu deportato a Candia dai veneziani perché devoto agli Sforza: GIOVANNI MARIA, decurione nel 1511, rettore dell’ospedale nel 1517, massaro della Cattedrale nel 1508 e prefetto della Fabbrica nel 1517. Il citato Andrea fu padre di AGOSTINO, che generò altro ANDREA, già defunto nel 1576 e ricordato col fratello Agostino nella investitura feudale concessa alla casa Sommi dal vescovo Pietro Accolti il 10 febbraio 1527. Mentre Andrea generò un ramo estinto, Agostino, suo fratello, fu il continuatore della famiglia. Questi coi suoi discendenti fu sostituito alla metà dei beni della primogenitura ordinata da Giacomo Maria Benzoni, nel suo testamento 1 aprile 1555 nel caso di estinzione di questa famiglia, caso che si verificò due secoli dopo, 8 giugno 1764, in cui morì il marchese Benzone Benzoni, ultimo di sua famiglia e fu allora che Girolamo, di Andrea Sommi, diretto discendente dal detto Agostino, venne in possesso dei beni fidecommissari Benzoni. Motivo di tale sostituzione derivò dal matrimonio del predetto Agostino con Marta, di Teodoro Benzoni, della celebre famiglia decurionale cremonese, e di Elena Stanga. Procreò Agostino altro ANDREA, morto 23 aprile 1609 e che sposò, 8 gennaio 1573, Giulia, di Girolamo Mainoldi che, fra gli altri figli, procreò GIOVANNI PAOLO, che nel 1602 fu alla guerra di Fiandra agli ordini del marchese Ambrogio Spinola e partecipò, dopo tre anni di assedio, alla presa di Ostenda, nel 1613 fu capitano di nuovo in Fiandra delle truppe del marchese Antonio Pallavicino e nel 1620 militò pure in Valtellina con le truppe milanesi; sposò in prime nozze, 28 settembre 1626, Laura, di Giovanni Pietro Ala, patrizio decurionale di Cremona, e in seconde nozze Francesca, di Alessandro Picenardi. dando luogo ad un ramo oggi estinto. Altro figlio di Andrea, e continuatore della linea, fu AGOSTINO, n. 22 marzo 1595 e che si chiamò anche AGOSTO, che il 19 luglio 1621 venne a divisione dei beni col fratello Giovanni Paolo e ricevè l’investitura dei feudi aviti nel 1624 dal cardinale Campori; sposò Lucrezia, di Camillo Zanucca Scaglia, che gli generò AGOSTINO ALESSANDRO, canonico della Cattedrale di Cremona e che morì prevosto della detta il 15 settembre 1681 e altro ANDREA, n. circa il 1626, e che ebbe molte rappresaglie con la casa Pallavicino, per il possesso dei beni aviti dei quali aveva ottenuta l’investitura dai vescovi Visconti, Isimbardi e Settala con atti 26 aprile 1661, 2 apr. 1681 e 25 lug. 1684. Questi, col predetto fratello Agostino e con tutti i discendenti, fu ascritto alla cittadinanza di Brescia il 24 febbraio 1680, nel 1668 era stato decurione, testò il 21 gennaio 1693 e morì il 22 gennaio 1694; il 15 maggio 1652 aveva sposato Claudia Ferrari, di Cesare, patrizio decurionale di Cremona che gli generò sette figli: CAMILLO ANTONIO, n. 17 dicembre 1653 e che con istrumento 9 settembre 1706, essendo improle, fece donazione di tutti i suoi beni al nipote ANDREA, figlio del fratello Girolamo; PAOLO, n. 20 febbraio 1655, ecclesiastico che appartenne a Roma e a Bologna alla Corte del cardinale Ludovisi; GIROLAMO (seguente); CESARE ANTONIO, n. 22 luglio 1657, ascritto al Collegio dei Medici col titolo di conte cavaliere e che testò a favore del citato nipote Andrea; ALESSANDRO, gemello del predetto Cesare Antonio e morto improle; Lucrezia, n. 8 ottobre 1662, monaca nelle Francescane della Pace in Cremona e ALFONSO, n. 16 settembre 1670, ecclesiastico, che testò pure a favore del nipote Andrea.
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GIROLAMO, continuatore della famiglia, n. 7 maggio 1656, dottore in ambo le leggi, aggregato al Collegio dei Giureconsulti di Cremona, decurione nel 1695, morto 24 giugno 1720, sposato 9 giugno 1692 con Teresa, di Bartolomeo Manara, patrizio cremonese, che gli generò quindici figli fra i quali ANDREA, n. 1 ottobre 1696, decurione nel 1722 e che nel 1734 acquistò dai marchesi Regazzi il palazzo di via S. Gallo in Cremona ove trasportò la propria dimora; testò il 3 febbraio 1749 fondando una primogenitura sui beni di S. Lorenzo Mondinari, morì il 21 luglio 1752, il 20 luglio 1722 aveva sposato la nobile cremonese Olimpia Pozzi, di Gio. Batta, dalla quale ebbe un unico figlio:
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GIROLAMO, n. 2 ottobre 1729, ristoratore delle fortune della famiglia e che con sentenza del Senato milanese, 6 settembre 1775, conseguì i beni fidecommissari Benzoni come discendente da Agostino Sommi; il 23 giugno 1724 ebbe l’ultima investitura feudale concessa a questa famiglia, morì il 23 giugno 1801 e nel 1774 fu l’ultimo dei decurioni di Cremona di questa casata; il 15 settembre 1770 ottenne dall’imperial R. Tribunale Araldico di Lombardia, il riconoscimento dell’antica nobiltà e l’ordine che lo stemma fosse delineato nel Codice Araldico; il 17 maggio 1756 aveva sposato Costanza Mainoldi Gallarati, figlia del conte Giulio Cesare, patrizio cremonese. Da questo matrimonio nacquero quattro femmine e un maschio, tutti morti in tenera età, nonché SERAFINO (seguente).
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SERAFINO, nacque il 17 novembre 1768, il 13 maggio 1805 fu deputato di Cremona a felicitare Napoleone I alla cerimonia della sua incoronazione in Milano, il 17 giugno dello stesso anno fu membro dei possidenti dell’alto Po e legislatore dello stesso dipartimento, il 1 agosto membro dei Corpo Legislativo del Regno e poi consigliere comunale e l’anno appresso presidente del Consiglio stesso. Tramontato il dominio napoleonico, il 24 aprile 1814 ebbe l’arduo, incarico dai Collegi elettorali del Regno di recarsi a Parigi al quartiere generale delle potenze alleate per esprimere i voti del popolo italiano; tornati gli austriaci, il 15 maggio 1815, con altri cittadini, prestò in Milano il giuramento di fedeltà della città di Cremona all’imperatore d’Austria Francesco I e nel dicembre fu delegato dei cremonesi per ricevere l’imperatore stesso; nel 1816 fu deputato nobile di Cremona e riconfermato tale nel 1825. Fu erede del cugino conte Gio. Batta Biffi che gli lasciò una ragguardevole fortuna e una ricca collezione d’arte; testò il 16 giugno 1857 e morì il 22 settembre dello stesso anno; il 2 novembre 1816 fu a lui riconfermata l’antica nobiltà che godeva la famiglia prima del 1797 con Decr. dell’I. R. Commissione Araldica di Lombardia; il 10 novembre 1789 aveva sposato Isabella del marchese Antonio Arrigucci, patrizio cremonese.
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Dal matrimonio di Serafino nacquero GIROLAMO (seguente); ANTONIO, n. 28 ottobre 1802, tenente nel reggimento austriaco dei Dragoni di Toscana e che l’11 maggio 1828 aveva sposato Giustina Jeszenschy, di Giorgio, barone e nobile del regno d’Ungheria e che generò una linea collaterale tuttora vivente; Costanza, n. 3 dicembre 1790, scrittrice ed artista gentile che andò sposa a Curzio Corboli Aquilini, patrizio di Urbino; Olimpia, n. 27 febbraio 1792, sposata col nobile Riccardo dei conti Bertoglio di Milano; Maria Teresa, n. 20 maggio 1793, sposata col nobile Antonio Avogadro dei conti di Colobiano; Laura, n. 10 novembre 1797, sposata al nobile Carlo Pasquali Bonfio, già Sfondrati, e che istituì eredi del proprio, e della terza parte del pingue patrimonio lasciatole dal marito, i figli di Girolamo e di Antonio Sommi Picenardi, suoi fratelli.
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GIROLAMO, n. in Cremona 18 gennaio 1801, capitano della Guardia Nazionale, prese parte alle Cinque giornate di Milano. Nel 1816 Ottavio Luigi Picenardi, marchese di Calvatone, unitamente al fratello Giuseppe, ultimi della loro famiglia, o prozii di Girolamo e di Antonio, con istrumento di donazione chiamarono questi ultimi a raccogliere i beni, le ragioni, i diritti e il nome dei Picenardi. Con questo pervenne in casa Sommi la villa delle Torri Picenardi, assai celebrata per le sue raccolte d’arte e per la sua architettura, nonché il titolo di marchese sul feudo di Calvatone e pertinenze, feudo che era entrato in casa Picenardi in persona del capitano Sforza, avo dei suddetti Ottavio Luigi e Giuseppe, con diploma del 1714 dell’imperatore Carlo VI. Girolamo il 7 ottobre 1833 aveva sposato Paolina Besozzi, figlia del conte Alessandro e di Ippolita dei conti Verri, che gli generò cinque figli: LUIGI, n. a Milano 30 agosto 1834, dottore in legge, nel 1862, membro della Congregazione della carità di Cremona, nel 1859 ufficiale dell’esercito Sardo, morto improle; GUIDO, n. in Cremona 16 novembre 1839, cultore di studi storici e letterari, cavaliere del S. M. O. di Malta e nel 1884 gran priore di Lombardia e Venezia, socio di vari Istituti scientifici e letterari, membro della R. Deputazione di Storia Patria per il Lombardo Veneto, autore di una documentata genealogia della propria famiglia, morto 23 giugno 1914, sposato 30 giugno 1868 con la contessa Giulia Manna Roncadelli che gli generò GIROLAMO, n. nella villa di Grumone 23 agosto 1869, cavaliere di Malta, deputato al Parlamento, segretario di Legazione, decorato di onorificenze italiane e straniere, morto 22 settembre 1926, sposato in prime nozze 28 gennaio 1891 con Nadina di Basilewski, di Gregorio, nobile ereditario dell’Impero russo ed in seconde nozze Bianca Scegle, di Chicago, e dal quale discende il ramo attuale primogenito; gli generò pure GALEAZZO, n. 2 agosto .1870, cav. di Malta, capitano di vascello nello Stato Maggiore della R. Marina, morto improle 4 agosto 1916 nella grande guerra, comandante della «Leonardo», medaglia d’oro, e che il 27 giugno 1914 aveva sposato la nobile Gabriella dei conti Fabricotti di Firenze; GHERARDO, n. in Cremona 4 agosto 1841, membro della Congregazione di Carità di Milano, morto 20 giugno 1904, sposato 9 luglio 1877 con Maria Anna del conte Giovanni Lurani Cernuschi, patrizio milanese, e dai quali proviene il ramo secondogenito; ROBERTO, n. in Milano 14 febbraio 1845, morto improle; Laura, n. Milano 4 novembre 1836, sposata 12 agosto 1869 con Girolamo Avogadro dei conti di Colobiano, patrizio di Novara.
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I Sommi dettero a Cremona complessivamente 66 decurioni dei quali l’ultimo fu Girolamo, eletto nel 1754. Furono iscritti alla cittadinanza di Bologna nel 1581, a quella di Brescia nel 1680; vestirono tre volte l’abito dell’Ordine di Malta nel 1574, 1593 e 1872.
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I Picenardi ebbero fama in Cremona quando la città, perduta la libertà, era soggetta al principato straniero. Fu fra le più antiche ed illustri del luogo e diede alla patria 27 decurioni dei quali il primo fu BALDASSARE, eletto nel 1080, e l’ultimo fu LUIGI, eletto nel 1775. Conta una beata con ELISABETTA de’ Picenardi, nata in Mantova nel 1428 e morta nel 1468, terziaria dell’Ordine dei Servi e beatificata da papa Pio VII; un ANTON MARIA, eruditissimo nelle lingue antiche e moderne e nell’astronomia, fu Legato a papa Paolo III ed ai Veneziani e guerreggiò, quale capitano, contro i turchi; un ANNIBALE, fu castellano di Cremona, condottiero di fanti e castellano di Pavia nel 1529; SIGISMONDO fu oratore a Filippo II e senatore di Milano nel 1560: SFORZA, commendatore di S. Stefano, fu al servizio della Corona cattolica in Fiandra e nel 1580 in Portogallo, famigliare dei Medici e dei Gonzaga, e architetto militare; OTTAVIO, pure comm. di S. Stefano, e defunto nel 1648, fu capitano dei Corazzieri medicei; GALEAZZO († 1667), fu capitano della milizia urbana di Cremona; SFORZA Picenardi (n. 1659), capitano di fanti in Morea contro i turchi, fu erede dello zio marchese Francesco Ruota e nel 1714 dall’imperatore Carlo VI fu creato, coi figli, successori ed eredi, marchese di Calvatone; OTTAVIANO, lettore di diritto a Pavia, fu senatore nel 1620, presidente del Magistrato Ordinario, presiedette, col senatore Ava, il famoso processo degli Untori, fu presidente del Senato nel 1640 e morì nel 1646; OTTAVIO Picenardi († 1722) fu vescovo di Reggio e principe.
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Ebbero i Picenardi la cittadinanza di Reggio nel 1702 e di Mantova nel 1442.
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Con Regio Assenso del 15 giugno 1882 di S. M. Umberto I, re d’Italia, il primogenito del ramo primogenito dei Sommi Picenardi fu autorizzato ad assumere il titolo di marchese di Calvatone che era pervenuto per linea femminile dalla famiglia Picenardi. Con Decreti Ministeriali 27 gennaio 1887, trascritti nei registri della Consulta Araldica il 29 stesso mese ed anno fu inoltre dichiarato spettare ad ANTONIO FRANCESCO e a GIORGIO ENRICO Sommi Picenardi del ramo secondogenito, i titoli di nobile dei marchesi di Calvatone e di patrizio di Cremeria, trasmissibili, il primo ai loro discendenti d’ambo i sessi, legittimi e naturali per continuata linea retta mascolina, ed il secondo ai discendenti maschi da maschi, e lo stemma gentilizio (sopra descritto) trasmissibile ai discendenti d’ambo i sessi; ed a GISELLA ELISABETTA Sommi Picenardi, nei Manna, il titolo personale di nobile dei marchesi di Calvatone e lo stemma personale su detto.
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Il titolo di marchese di Calvatone, per maschi primogeniti, di signore di Sommo e di Pieve Altavilla per maschi, il trattamento di don e donna furono riconosciuti con Decr. Minist. del 3 giugno 1909.
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La famiglia è iscritta nel Libro d’Oro della Nob. Ital. e nell’Elenco Uff. Nob. Ital. con i titoli di marchese di Calvatone (mpr.), signore di Sommo e Pieve Altavilla (m.), trattamento di don e donna.
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''Ramo primogenito''
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GUIDO, di Girolamo, di Guido, di Girolamo, di Serafino, di Girolamo, cavaliere d’on. e dev. del S. M. O. di Malta, n. a Mentone in Provenza, il 12 marzo 1892, spos. a Roma 10 marzo 1917 con donna Anna Maria dei principi Pignatelli Aragona Cortez di Terranova.
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Figlia: Nadia Rosa Maria, n. 16 maggio 1922.
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''Ramo secondogenito''
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GIOVANNI FRANCESCO, di Gherardo, di Girolamo, di Serafino, di Girolamo, n. a Milano, 29 giugno 1878, dottore in Belle Lettere, socio di vari Istituti Scientifici e Letterari.
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Fratelli: PAOLO, dottore in giurisprudenza, n. a Milano 18 gennaio 1880, sposato a Genova 16 luglio 1905 con Emilia Cariola; Elisabetta, n. a Milano 25 dicembre 1880, spos. a Brembate Sopra (Bergamo) 1 settembre 1906 con don Gian Luigi del conte don Carlo Ottavio Cornaggia Medici Castiglioni; Giacomina, n. a Milano 11 aprile 1883, spos. a Milano 10 settembre 1916 col conte Giovanni Calvi Parisetti di Coenzo; MARIO, n. a Milano 19 novembre 1887; Maria, n. a Milano 11 luglio 1895, spos. a Brembate Sopra nel novembre 1930 col nobile capitano Vittorio Ponzani, uff. d’ord. di S. A. R. il Principe di Piemonte.
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Figli di Paolo: GHERARDO, n. a Milano 7 agosto 1906; MARCO, n. ivi 23 apr. 1912.
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''Ramo ultrogenito''
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ANTONIO FRANCESCO, di Giuseppe, di Antonio, di Serafino, di Girolamo, n. a Paderno 13 febbraio 1856.
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Fratelli: GIORGIO ENRICO, dottore in giurisprudenza, n. 8 ottobre 1863, morto 23 ottobre 1916, spos. 20 maggio 1889 con Teresa Tessaroli; Gisella, n. 13 novembre 1861, spos. 22 settembre 1882 con Ruggero Manna Roncadelli, patrizio cremonese.
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Figli di Giorgio Enrico: GASTONE ANTONIO, n. 20 settembre 1893; Clara e Laura.
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v. s. [Vittorio Spreti]
  
  
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== Stemmi==
 
== Stemmi==
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ARMA: Inquartato: nel 1° e 4° partito: a destra di rosso alla fascia d’argento, carica di un monte di 3 cime di verde uscente dal lembo inferiore della fascia, accompagnata in capo da una ruota d’oro ed in punta da un bisante dello stesso; a sinistra d’oro all’aquila bicipite di nero, coronata del campo (''Ruota''); nel 2° e 3° d’azzurro al leone coronato d’oro, linguato ed armato di rosso, tenente con tre branche una cotogna d’oro gambuta e fogliata di verde (''Sforza''); sul tutto partito: a destra d’argento alla fascia di rosso (''Sommi''); a sinistra d’argento al liocorno di rosso, ritto o scodato (''Picenardi'').
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CIMIERO: Un drago di verde, nascente.
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SOSTEGNI: Due leoni d’oro affrontati.
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''Alias'': Inquartato: nel 1° e 4° partito: a destra di rosso alla fascia d’argento caricata di un monte di sei cime di verde, movente dal lembo inferiore della fascia, accompagnata in capo da una ruota d’oro ed in punta da un bisante dello stesso; a sinistra d’oro all’aquila di nero, coronata del campo e caricata in petto da una ruota d’oro (''Ruota''); nel 2° e 3° d’azzurro al leone coronato d’oro, tenente con le branche anteriori una cotogna di rosso (''Sforza''), sul tutto d’argento al liocorno di rosso, ritto e scodato (''Picenardi''). (Arch. Stato Milano, Cod. Araldico, pag. 205).
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''Alias'': D’argento alla fascia di rosso (Arch. Stato Milano, Cod. Araldico, pag. 33: Arma riconosciuta a Girolamo Sommi)
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''Alias'': D’argento al liocorno al naturale, rampante (Arch. Stato Milano, Cod. Araldico, pag. 90: Arma riconosciuta a Ottavio Luigi e Giuseppe Picenardi).
  
 
== Storia ==
 
== Storia ==
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== Dimore ==
 
== Dimore ==
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Milano, Roma, Torre de’ Picenardi, Brembate Sopra (Bergamo) e Olgiate Calco (Como).
  
 
== Sepolture ==
 
== Sepolture ==

Versione attuale delle 01:56, 12 gen 2020

Spreti, vol. VI, p. 363
Spreti, vol. VI, p. 363
Spreti, vol. VI, p. 363
Spreti, vol. VI, p. 363

Vittorio Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, Milano, 1928-32, vol. VI, pp. 363-368:

I più antichi documenti che della famiglia cremonese dei Sommi sono giunti sino a noi, risalgono all’undicesimo secolo. E una delle poche famiglie nobili italiane che vanta un’ininterrotta genealogia provata da autentiche pergamene, sino dal 1128 con ALBERICO da Sommo, che in detto anno fioriva. Se non provata, comunque è interessante l’asserzione dell’autorevolissimo storico cremonese, il Wüstenfeld, sulle più remote origini di questa stirpe. Egli è di avviso «... altro non essere questa famiglia che la stessa degli antichi signori di Ticengo e di Fornoro, e che, come questi, prendesse il nome della terra di cui era signora: e infatti si chiamò DE SOMMO e DE SUMMO da un villaggio sulla sinistra del Po da essa tenuto in feudo da tempo immemorabile e al quale, in epoca remotissima, si aggiunsero altri feudi vescovili».

In verità già nel secolo XII i Sommi erano investiti del feudo nobile, perpetuo, gentile, avito e proavito di alcune terre nel luogo di Sommo e di caccie, pesche, decime e molti altri diritti stabiliti su altre ventidue terre della diocesi cremonese. L’antica nobiltà della stirpe, la dovizia del censo, l’autorità stessa dei lontani progenitori doveva comunque aver affermata la fama di questa famiglia nel cremonese e fuori se già potente essa era al tempo delle fazioni, sì da guidare le sorti della parte guelfa in Cremona. Il citato Alberico fu tra i testimoni dell’atto con cui il 24 gennaio 1128 Oddone, abate del Monastero di S. Sisto in Piacenza, investe Oddone di Comazo Vice populi Cremonae della terza parte della Corte di Guastalla e dalla carta 2 aprile 1183, per compromesso coll’abate di Castiglione, risulta che Alberico era fratello di ALBERTO e di CORRADO. Alberto fu testimonio all’atto con cui l’imperatore Federico Barbarossa confermò il 27 dicembre 1175 ai signori di Bargone certi privilegi loro concessi dall’imperatore Corrado III e in una carta di investituta del 18 marzo 1179 è citato Potestas (Console) di Cremona; Corrado è citato col nipote ottone col fratello Alberto alla Corte dei Pari radunata il 20 gennaio 1162 dal vescovo scismatico, Prete di Medolao e fu console di Cremona nel 1181.

Da Alberico nacque SILVAGNO citato come vivente col padre nel compromesso 2 aprile 1183 e furono suoi fratelli, fra gli altri, GIOVANNI, che il 2 luglio 1202 ricevette, unitamente agli altri Sommi, l’investitura dei feudi aviti dal vescovo Siccardo, e fu console di Cremona nel 1204; GHERARDO, nel 1191 console di Cremona; MALADOBATO, compreso nell’investitura del vescovo Siccardo. Da Silvagno nacque MARTINO, che fu padre di ANGELERIO, che il 9 maggio 1267 assistette, come Legato di Cremona, alla Lega di Romano fra le città guelfe e ghibelline di Lombardia. Da lui nacque OLDOFREDO, padre di TAJONE, che è citato già defunto nell’investitura feudale accordati ai Sommi dal vescovo Pietro Cappello il 31 gennaio 1362. Fu padre di GUBERTO, investito dal predetto vescovo il 31 gennaio 1362.

Prima di continuare il documentato filo genealogico diretto dal citato Guberto fino ai giorni nostri, ricorderemo che Corrado, fratello del capostipite Alberico, dette luogo ad una linea alla quale appartennero: CORRADO o CORRADINO, che il 16 dicembre 1188 fu presente al patto di lega fra Parma e Cremona e fu podestà di Cremona; OSPINELLO, nel 1196 confaloniere del Capitolo di Cremona, nel 1219 ricevè con altri concittadini da Federico II, a nome di Cremona, l’investitura di Crema e dell’isola Fulcheria (Campi), nel 1221 fu Legato al Pontefice per trattare i negozi di Cremona e di Piacenza, nel 1236 podestà di Parma e il 16 aprile 1229 con Molaro Molari, fu ambasciatore di Cremona presso i Fiorentini per definire alcune - vertenze di guerre esistenti fra le due città; LUGARO, podestà di Mantova, dalla quale fu cacciato il 18 luglio 1273 da Platamone della Fontana; UBERTO, detto, di Rizzardo, primo podestà di Pavia nel 1228, poi podestà di Lucca nel 1230 e 1233, uomo pugnace e risoluto al quale papa Gregorio IX nel 1230 sferrò una Bolla di scomunica assolvendo i cremonesi dall’interdetto in cui erano caduti se avessero demoliti e distrutti tutti i beni, le case, gli averi di Uberto Sommo «Deo et Ecclesiae Romanae rebelli» avendo egli usurpato la signoria sulla Garfagnana pretesa dalla Chiesa di Roma; FRANCESCO, che fu tra i vicari del marchese di Monferrato (Muratori, Scrittori italiani, XXIII).

Inoltre dal citato Gherardo, fratello di Silvagno, e figlio di Alberico, si staccò un altro ramo al quale appartennero: GHERARDO, che col fratello TRUGLIONE o TURLONE, combattè fra le schiere di re Enzo, che furono sconfitte dai bolognesi a Fossalta il 26 maggio 1249 e con esse cadde prigioniero; GONZELMO, che il 9 gennaio 1269 fu rimesso in possesso delle decime di Altavilla col diritto di percepire i frutti di detta Pieve e della quale la famiglia era stata spogliata ai tempi della dominazione del marchese Uberto Pallavicino; CINELLO, canonico della cattedrale di Cremona, uomo feroce e di depravati costumi, e che nel 1312 intervenne alle elezioni del podestà di Cremona, fu indagatore delle antichità della città e, secondo l’opinione dell’Arisi, scrisse sulle origini delle chiese di Cremona e della diocesi, nonché la vita dei vescovi cremonesi; CLEMENTE, arciprete di Casalbuttano e che nel 1499 fu tra i cremonesi che sottoscrissero l’atto di dedizione della città alla Repubblica di Venezia. Altri rami generarono i figli di Alberico capostipite, RIBALDO e GIOVANNI. Al primo appartenne ALARIOLO, di Gaifero, ricordato col padre nell’investitura 31 gennaio 1362 concessa dal vescovo Cappello; ANDREASIO, familiare dell’imperatore Carlo IX, cavaliere nel 1335 e conte palatino, BUZACARO o BONZANO, podestà di Bergamo nel 1274, nel 1305 fra i Sapienti della gabella di Cremona. Al secondo appartennero: BERNERIO, di Ugo, canonico della cattedrale, poi vescovo di Cremona; ARMANNO, detto MANNO ed anche ARMANNINO, podestà di Parma nel 1303, e fratello del predetto Bernerio e di Gregorio, nel 1313 podestà di Soncino, che difese Cremona dagli assalti che nel 1318 tentò Matteo Visconti per impadronirsi della città; OTTOLINO, altro fratello, nel 1250 Pretore in Cremona; GIOVANNI e GIOVANNI NAXO, figli di Gregorio, che ebbero da re Giovanni Idi Boemia in feudo il castello della Pieve Altavilla, con diploma dato da Brescia il 30 gennaio 1331, feudo che in seguito passò ai Pallavicino e nel 1526 ai Rangoni per tornare poi ai Pallavicino nel 1630, conservandovi però la casa Sommi alcuni beni allodiali fin verso la metà del sec. XIX. Si contano ancora: MAFFEO, vicario di re Roberto d’Angiò in Vercelli nel 1314, poi podestà e capitano a Parma nel 1322 e addetto in Lucca nel 1333 alla persona di re Giovanni di Lussemburgo; GIANFRANCESCO, cavaliere di S. Stefano di Toscana, comandante la guardia a cavallo del duca Cosimo de’ Medici e suo ambasciatore a Ferrara e a Mantova nel 1567 e nel 1568 colonnello dei cavalleggeri medicei contro gli Ugonotti in Francia; DOMENICO, cameriere segreto di papa Paolo III e vescovo di Bisignano nel 1548.

Da Guberto, di Tajone, la linea prosegue con GIACOMO, padre di Andrea, e che generò altro GUBERTO, che testò il 9 aprile 1500 e fu decurione di Cremona nel 1457. Fu questi padre di ANDREA, decurione nel 1515, fabbricere della cattedrale nel 1510, nominato cavaliere da Lodovico XII, re di Francia; MAURO, che fu deportato a Candia dai veneziani perché devoto agli Sforza: GIOVANNI MARIA, decurione nel 1511, rettore dell’ospedale nel 1517, massaro della Cattedrale nel 1508 e prefetto della Fabbrica nel 1517. Il citato Andrea fu padre di AGOSTINO, che generò altro ANDREA, già defunto nel 1576 e ricordato col fratello Agostino nella investitura feudale concessa alla casa Sommi dal vescovo Pietro Accolti il 10 febbraio 1527. Mentre Andrea generò un ramo estinto, Agostino, suo fratello, fu il continuatore della famiglia. Questi coi suoi discendenti fu sostituito alla metà dei beni della primogenitura ordinata da Giacomo Maria Benzoni, nel suo testamento 1 aprile 1555 nel caso di estinzione di questa famiglia, caso che si verificò due secoli dopo, 8 giugno 1764, in cui morì il marchese Benzone Benzoni, ultimo di sua famiglia e fu allora che Girolamo, di Andrea Sommi, diretto discendente dal detto Agostino, venne in possesso dei beni fidecommissari Benzoni. Motivo di tale sostituzione derivò dal matrimonio del predetto Agostino con Marta, di Teodoro Benzoni, della celebre famiglia decurionale cremonese, e di Elena Stanga. Procreò Agostino altro ANDREA, morto 23 aprile 1609 e che sposò, 8 gennaio 1573, Giulia, di Girolamo Mainoldi che, fra gli altri figli, procreò GIOVANNI PAOLO, che nel 1602 fu alla guerra di Fiandra agli ordini del marchese Ambrogio Spinola e partecipò, dopo tre anni di assedio, alla presa di Ostenda, nel 1613 fu capitano di nuovo in Fiandra delle truppe del marchese Antonio Pallavicino e nel 1620 militò pure in Valtellina con le truppe milanesi; sposò in prime nozze, 28 settembre 1626, Laura, di Giovanni Pietro Ala, patrizio decurionale di Cremona, e in seconde nozze Francesca, di Alessandro Picenardi. dando luogo ad un ramo oggi estinto. Altro figlio di Andrea, e continuatore della linea, fu AGOSTINO, n. 22 marzo 1595 e che si chiamò anche AGOSTO, che il 19 luglio 1621 venne a divisione dei beni col fratello Giovanni Paolo e ricevè l’investitura dei feudi aviti nel 1624 dal cardinale Campori; sposò Lucrezia, di Camillo Zanucca Scaglia, che gli generò AGOSTINO ALESSANDRO, canonico della Cattedrale di Cremona e che morì prevosto della detta il 15 settembre 1681 e altro ANDREA, n. circa il 1626, e che ebbe molte rappresaglie con la casa Pallavicino, per il possesso dei beni aviti dei quali aveva ottenuta l’investitura dai vescovi Visconti, Isimbardi e Settala con atti 26 aprile 1661, 2 apr. 1681 e 25 lug. 1684. Questi, col predetto fratello Agostino e con tutti i discendenti, fu ascritto alla cittadinanza di Brescia il 24 febbraio 1680, nel 1668 era stato decurione, testò il 21 gennaio 1693 e morì il 22 gennaio 1694; il 15 maggio 1652 aveva sposato Claudia Ferrari, di Cesare, patrizio decurionale di Cremona che gli generò sette figli: CAMILLO ANTONIO, n. 17 dicembre 1653 e che con istrumento 9 settembre 1706, essendo improle, fece donazione di tutti i suoi beni al nipote ANDREA, figlio del fratello Girolamo; PAOLO, n. 20 febbraio 1655, ecclesiastico che appartenne a Roma e a Bologna alla Corte del cardinale Ludovisi; GIROLAMO (seguente); CESARE ANTONIO, n. 22 luglio 1657, ascritto al Collegio dei Medici col titolo di conte cavaliere e che testò a favore del citato nipote Andrea; ALESSANDRO, gemello del predetto Cesare Antonio e morto improle; Lucrezia, n. 8 ottobre 1662, monaca nelle Francescane della Pace in Cremona e ALFONSO, n. 16 settembre 1670, ecclesiastico, che testò pure a favore del nipote Andrea.

GIROLAMO, continuatore della famiglia, n. 7 maggio 1656, dottore in ambo le leggi, aggregato al Collegio dei Giureconsulti di Cremona, decurione nel 1695, morto 24 giugno 1720, sposato 9 giugno 1692 con Teresa, di Bartolomeo Manara, patrizio cremonese, che gli generò quindici figli fra i quali ANDREA, n. 1 ottobre 1696, decurione nel 1722 e che nel 1734 acquistò dai marchesi Regazzi il palazzo di via S. Gallo in Cremona ove trasportò la propria dimora; testò il 3 febbraio 1749 fondando una primogenitura sui beni di S. Lorenzo Mondinari, morì il 21 luglio 1752, il 20 luglio 1722 aveva sposato la nobile cremonese Olimpia Pozzi, di Gio. Batta, dalla quale ebbe un unico figlio:

GIROLAMO, n. 2 ottobre 1729, ristoratore delle fortune della famiglia e che con sentenza del Senato milanese, 6 settembre 1775, conseguì i beni fidecommissari Benzoni come discendente da Agostino Sommi; il 23 giugno 1724 ebbe l’ultima investitura feudale concessa a questa famiglia, morì il 23 giugno 1801 e nel 1774 fu l’ultimo dei decurioni di Cremona di questa casata; il 15 settembre 1770 ottenne dall’imperial R. Tribunale Araldico di Lombardia, il riconoscimento dell’antica nobiltà e l’ordine che lo stemma fosse delineato nel Codice Araldico; il 17 maggio 1756 aveva sposato Costanza Mainoldi Gallarati, figlia del conte Giulio Cesare, patrizio cremonese. Da questo matrimonio nacquero quattro femmine e un maschio, tutti morti in tenera età, nonché SERAFINO (seguente).

SERAFINO, nacque il 17 novembre 1768, il 13 maggio 1805 fu deputato di Cremona a felicitare Napoleone I alla cerimonia della sua incoronazione in Milano, il 17 giugno dello stesso anno fu membro dei possidenti dell’alto Po e legislatore dello stesso dipartimento, il 1 agosto membro dei Corpo Legislativo del Regno e poi consigliere comunale e l’anno appresso presidente del Consiglio stesso. Tramontato il dominio napoleonico, il 24 aprile 1814 ebbe l’arduo, incarico dai Collegi elettorali del Regno di recarsi a Parigi al quartiere generale delle potenze alleate per esprimere i voti del popolo italiano; tornati gli austriaci, il 15 maggio 1815, con altri cittadini, prestò in Milano il giuramento di fedeltà della città di Cremona all’imperatore d’Austria Francesco I e nel dicembre fu delegato dei cremonesi per ricevere l’imperatore stesso; nel 1816 fu deputato nobile di Cremona e riconfermato tale nel 1825. Fu erede del cugino conte Gio. Batta Biffi che gli lasciò una ragguardevole fortuna e una ricca collezione d’arte; testò il 16 giugno 1857 e morì il 22 settembre dello stesso anno; il 2 novembre 1816 fu a lui riconfermata l’antica nobiltà che godeva la famiglia prima del 1797 con Decr. dell’I. R. Commissione Araldica di Lombardia; il 10 novembre 1789 aveva sposato Isabella del marchese Antonio Arrigucci, patrizio cremonese.

Dal matrimonio di Serafino nacquero GIROLAMO (seguente); ANTONIO, n. 28 ottobre 1802, tenente nel reggimento austriaco dei Dragoni di Toscana e che l’11 maggio 1828 aveva sposato Giustina Jeszenschy, di Giorgio, barone e nobile del regno d’Ungheria e che generò una linea collaterale tuttora vivente; Costanza, n. 3 dicembre 1790, scrittrice ed artista gentile che andò sposa a Curzio Corboli Aquilini, patrizio di Urbino; Olimpia, n. 27 febbraio 1792, sposata col nobile Riccardo dei conti Bertoglio di Milano; Maria Teresa, n. 20 maggio 1793, sposata col nobile Antonio Avogadro dei conti di Colobiano; Laura, n. 10 novembre 1797, sposata al nobile Carlo Pasquali Bonfio, già Sfondrati, e che istituì eredi del proprio, e della terza parte del pingue patrimonio lasciatole dal marito, i figli di Girolamo e di Antonio Sommi Picenardi, suoi fratelli.

GIROLAMO, n. in Cremona 18 gennaio 1801, capitano della Guardia Nazionale, prese parte alle Cinque giornate di Milano. Nel 1816 Ottavio Luigi Picenardi, marchese di Calvatone, unitamente al fratello Giuseppe, ultimi della loro famiglia, o prozii di Girolamo e di Antonio, con istrumento di donazione chiamarono questi ultimi a raccogliere i beni, le ragioni, i diritti e il nome dei Picenardi. Con questo pervenne in casa Sommi la villa delle Torri Picenardi, assai celebrata per le sue raccolte d’arte e per la sua architettura, nonché il titolo di marchese sul feudo di Calvatone e pertinenze, feudo che era entrato in casa Picenardi in persona del capitano Sforza, avo dei suddetti Ottavio Luigi e Giuseppe, con diploma del 1714 dell’imperatore Carlo VI. Girolamo il 7 ottobre 1833 aveva sposato Paolina Besozzi, figlia del conte Alessandro e di Ippolita dei conti Verri, che gli generò cinque figli: LUIGI, n. a Milano 30 agosto 1834, dottore in legge, nel 1862, membro della Congregazione della carità di Cremona, nel 1859 ufficiale dell’esercito Sardo, morto improle; GUIDO, n. in Cremona 16 novembre 1839, cultore di studi storici e letterari, cavaliere del S. M. O. di Malta e nel 1884 gran priore di Lombardia e Venezia, socio di vari Istituti scientifici e letterari, membro della R. Deputazione di Storia Patria per il Lombardo Veneto, autore di una documentata genealogia della propria famiglia, morto 23 giugno 1914, sposato 30 giugno 1868 con la contessa Giulia Manna Roncadelli che gli generò GIROLAMO, n. nella villa di Grumone 23 agosto 1869, cavaliere di Malta, deputato al Parlamento, segretario di Legazione, decorato di onorificenze italiane e straniere, morto 22 settembre 1926, sposato in prime nozze 28 gennaio 1891 con Nadina di Basilewski, di Gregorio, nobile ereditario dell’Impero russo ed in seconde nozze Bianca Scegle, di Chicago, e dal quale discende il ramo attuale primogenito; gli generò pure GALEAZZO, n. 2 agosto .1870, cav. di Malta, capitano di vascello nello Stato Maggiore della R. Marina, morto improle 4 agosto 1916 nella grande guerra, comandante della «Leonardo», medaglia d’oro, e che il 27 giugno 1914 aveva sposato la nobile Gabriella dei conti Fabricotti di Firenze; GHERARDO, n. in Cremona 4 agosto 1841, membro della Congregazione di Carità di Milano, morto 20 giugno 1904, sposato 9 luglio 1877 con Maria Anna del conte Giovanni Lurani Cernuschi, patrizio milanese, e dai quali proviene il ramo secondogenito; ROBERTO, n. in Milano 14 febbraio 1845, morto improle; Laura, n. Milano 4 novembre 1836, sposata 12 agosto 1869 con Girolamo Avogadro dei conti di Colobiano, patrizio di Novara.

I Sommi dettero a Cremona complessivamente 66 decurioni dei quali l’ultimo fu Girolamo, eletto nel 1754. Furono iscritti alla cittadinanza di Bologna nel 1581, a quella di Brescia nel 1680; vestirono tre volte l’abito dell’Ordine di Malta nel 1574, 1593 e 1872.

I Picenardi ebbero fama in Cremona quando la città, perduta la libertà, era soggetta al principato straniero. Fu fra le più antiche ed illustri del luogo e diede alla patria 27 decurioni dei quali il primo fu BALDASSARE, eletto nel 1080, e l’ultimo fu LUIGI, eletto nel 1775. Conta una beata con ELISABETTA de’ Picenardi, nata in Mantova nel 1428 e morta nel 1468, terziaria dell’Ordine dei Servi e beatificata da papa Pio VII; un ANTON MARIA, eruditissimo nelle lingue antiche e moderne e nell’astronomia, fu Legato a papa Paolo III ed ai Veneziani e guerreggiò, quale capitano, contro i turchi; un ANNIBALE, fu castellano di Cremona, condottiero di fanti e castellano di Pavia nel 1529; SIGISMONDO fu oratore a Filippo II e senatore di Milano nel 1560: SFORZA, commendatore di S. Stefano, fu al servizio della Corona cattolica in Fiandra e nel 1580 in Portogallo, famigliare dei Medici e dei Gonzaga, e architetto militare; OTTAVIO, pure comm. di S. Stefano, e defunto nel 1648, fu capitano dei Corazzieri medicei; GALEAZZO († 1667), fu capitano della milizia urbana di Cremona; SFORZA Picenardi (n. 1659), capitano di fanti in Morea contro i turchi, fu erede dello zio marchese Francesco Ruota e nel 1714 dall’imperatore Carlo VI fu creato, coi figli, successori ed eredi, marchese di Calvatone; OTTAVIANO, lettore di diritto a Pavia, fu senatore nel 1620, presidente del Magistrato Ordinario, presiedette, col senatore Ava, il famoso processo degli Untori, fu presidente del Senato nel 1640 e morì nel 1646; OTTAVIO Picenardi († 1722) fu vescovo di Reggio e principe.

Ebbero i Picenardi la cittadinanza di Reggio nel 1702 e di Mantova nel 1442.

Con Regio Assenso del 15 giugno 1882 di S. M. Umberto I, re d’Italia, il primogenito del ramo primogenito dei Sommi Picenardi fu autorizzato ad assumere il titolo di marchese di Calvatone che era pervenuto per linea femminile dalla famiglia Picenardi. Con Decreti Ministeriali 27 gennaio 1887, trascritti nei registri della Consulta Araldica il 29 stesso mese ed anno fu inoltre dichiarato spettare ad ANTONIO FRANCESCO e a GIORGIO ENRICO Sommi Picenardi del ramo secondogenito, i titoli di nobile dei marchesi di Calvatone e di patrizio di Cremeria, trasmissibili, il primo ai loro discendenti d’ambo i sessi, legittimi e naturali per continuata linea retta mascolina, ed il secondo ai discendenti maschi da maschi, e lo stemma gentilizio (sopra descritto) trasmissibile ai discendenti d’ambo i sessi; ed a GISELLA ELISABETTA Sommi Picenardi, nei Manna, il titolo personale di nobile dei marchesi di Calvatone e lo stemma personale su detto.

Il titolo di marchese di Calvatone, per maschi primogeniti, di signore di Sommo e di Pieve Altavilla per maschi, il trattamento di don e donna furono riconosciuti con Decr. Minist. del 3 giugno 1909.

La famiglia è iscritta nel Libro d’Oro della Nob. Ital. e nell’Elenco Uff. Nob. Ital. con i titoli di marchese di Calvatone (mpr.), signore di Sommo e Pieve Altavilla (m.), trattamento di don e donna.

Ramo primogenito

GUIDO, di Girolamo, di Guido, di Girolamo, di Serafino, di Girolamo, cavaliere d’on. e dev. del S. M. O. di Malta, n. a Mentone in Provenza, il 12 marzo 1892, spos. a Roma 10 marzo 1917 con donna Anna Maria dei principi Pignatelli Aragona Cortez di Terranova.

Figlia: Nadia Rosa Maria, n. 16 maggio 1922.

Ramo secondogenito

GIOVANNI FRANCESCO, di Gherardo, di Girolamo, di Serafino, di Girolamo, n. a Milano, 29 giugno 1878, dottore in Belle Lettere, socio di vari Istituti Scientifici e Letterari.

Fratelli: PAOLO, dottore in giurisprudenza, n. a Milano 18 gennaio 1880, sposato a Genova 16 luglio 1905 con Emilia Cariola; Elisabetta, n. a Milano 25 dicembre 1880, spos. a Brembate Sopra (Bergamo) 1 settembre 1906 con don Gian Luigi del conte don Carlo Ottavio Cornaggia Medici Castiglioni; Giacomina, n. a Milano 11 aprile 1883, spos. a Milano 10 settembre 1916 col conte Giovanni Calvi Parisetti di Coenzo; MARIO, n. a Milano 19 novembre 1887; Maria, n. a Milano 11 luglio 1895, spos. a Brembate Sopra nel novembre 1930 col nobile capitano Vittorio Ponzani, uff. d’ord. di S. A. R. il Principe di Piemonte.

Figli di Paolo: GHERARDO, n. a Milano 7 agosto 1906; MARCO, n. ivi 23 apr. 1912.

Ramo ultrogenito

ANTONIO FRANCESCO, di Giuseppe, di Antonio, di Serafino, di Girolamo, n. a Paderno 13 febbraio 1856.

Fratelli: GIORGIO ENRICO, dottore in giurisprudenza, n. 8 ottobre 1863, morto 23 ottobre 1916, spos. 20 maggio 1889 con Teresa Tessaroli; Gisella, n. 13 novembre 1861, spos. 22 settembre 1882 con Ruggero Manna Roncadelli, patrizio cremonese.

Figli di Giorgio Enrico: GASTONE ANTONIO, n. 20 settembre 1893; Clara e Laura.

v. s. [Vittorio Spreti]


Genealogia

Genealogia Sommi Picenardi


Stemmi

ARMA: Inquartato: nel 1° e 4° partito: a destra di rosso alla fascia d’argento, carica di un monte di 3 cime di verde uscente dal lembo inferiore della fascia, accompagnata in capo da una ruota d’oro ed in punta da un bisante dello stesso; a sinistra d’oro all’aquila bicipite di nero, coronata del campo (Ruota); nel 2° e 3° d’azzurro al leone coronato d’oro, linguato ed armato di rosso, tenente con tre branche una cotogna d’oro gambuta e fogliata di verde (Sforza); sul tutto partito: a destra d’argento alla fascia di rosso (Sommi); a sinistra d’argento al liocorno di rosso, ritto o scodato (Picenardi).

CIMIERO: Un drago di verde, nascente.

SOSTEGNI: Due leoni d’oro affrontati.

Alias: Inquartato: nel 1° e 4° partito: a destra di rosso alla fascia d’argento caricata di un monte di sei cime di verde, movente dal lembo inferiore della fascia, accompagnata in capo da una ruota d’oro ed in punta da un bisante dello stesso; a sinistra d’oro all’aquila di nero, coronata del campo e caricata in petto da una ruota d’oro (Ruota); nel 2° e 3° d’azzurro al leone coronato d’oro, tenente con le branche anteriori una cotogna di rosso (Sforza), sul tutto d’argento al liocorno di rosso, ritto e scodato (Picenardi). (Arch. Stato Milano, Cod. Araldico, pag. 205).

Alias: D’argento alla fascia di rosso (Arch. Stato Milano, Cod. Araldico, pag. 33: Arma riconosciuta a Girolamo Sommi)

Alias: D’argento al liocorno al naturale, rampante (Arch. Stato Milano, Cod. Araldico, pag. 90: Arma riconosciuta a Ottavio Luigi e Giuseppe Picenardi).

Storia

Personaggi

Dimore

Milano, Roma, Torre de’ Picenardi, Brembate Sopra (Bergamo) e Olgiate Calco (Como).

Sepolture

Iconografia

Dipinti e Ritratti

Archivio fotografico

Fonti

http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodfamiglia&Chiave=28444&RicPag=38&RicSez=prodfamiglie&RicVM=indice&RicTipoScheda=pf

Archivi di famiglie e di persone: materiali per una guida, 2: Lombardia-Sicilia, a cura di Giovanni Pesiri, Micaela Procaccia, Irma Paola Tascini, Laura Vallone, Roma, Ministero BBAAC, 1998 (Pubblicazioni degli archivi di Stato. Strumenti; 133), n° 1509.

Bibliografia

Documenti

Collezioni

Note